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L'attrice di Teheran - Nahal Tajadod

Autore: Elisabetta Bolondi
Testata: Sololibri.net
Data: 3 gennaio 2014

Per la mia generazione, l’Iran fu la magica vicenda di Soraya, principessa dagli occhi verdi, sposata allo Scià di Persia, Reza Pahlavi, negli anni ‘50, e poi ripudiata perché sterile. Le seconde nozze del sovrano furono con una ragazza persiana, Farah Diba, anche lei immortalata per anni sui rotocalchi nostrani. Questo sapevamo di quel paese mitico, matrimoni e divorzi di casa imperiale, finché la rivoluzione islamista spazzò via il Trono del Pavone e le sue mollezze occidentali per dare il governo dell’Iran all’Ayatollah Khomeini, che instaurò un regime teocratico, improntato alla più dura e repressiva logica religiosa, retrocedendo il paese dal punto di vista del costume e della vita quotidiana, trasformandolo in un’enorme prigione dove era bandita ogni forma di espressione: cultura, musica, danza, cinema, teatro, abbigliamento, sessualità divennero oggetto di una maniacale persecuzione da parte di una classe religiosa e un apparato burocratico tanto cieco quanto pervasivo.

Tutto questo ci viene raccontato nel bel romanzo dell’intellettuale ormai francese Nahal Tajadod, nata a Teheran nel 1960 e vissuta all’epoca dello Scià, quando si poteva frequentare la scuola francese, viaggiare, studiare, fare musica, nuotare, andare al cinema, vestire all’occidentale, bere alcolici, uscire senza pericolo. Nahal incontra la giovane Sheyda, attrice famosa in Iran che ha dovuto scegliere l’esilio perché perseguitata dal regime islamico a causa del suo lavoro, dei suoi film girati all’estero, in particolare l’ultimo a Hollywood, dove ha interpretato la parte di un’infermiera iraniana: al suo ritorno in patria ha subito sette mesi di interrogatori minacciosi da parte dei guardiani della Rivoluzione, rischiando tortura e prigione, perché sospettata di essere una spia della CIA. In realtà Sheyda racconta alla scrittrice tutta la sua vita, l’adolescenza abusata, il periodo in cui, coi capelli rasati e un cappellino, correva in bicicletta per le vie della capitale fingendosi un maschio e rischiando pene severissime se fosse stata scoperta, il primo film girato quando aveva solo quattordici anni, il desiderio di sua madre di farla diventare pianista, destinata a suonare nelle sale di concerto europee, la miseria della società nella quale si trovava a lavorare, l’innamoramento per il regista di tanti anni più vecchio di lei, che non poteva neppure sfiorarla, l’impossibilità di recitare in teatro, malgrado avesse conosciuto Grotowsky e avesse con fatica lavorato sul corpo e sul mestiere dell’attore, il divieto di fare e sentire musica contemporanea e quindi l’insonorizzazione di locali segretissimi dove invece si faceva musica clandestinamente.

L’Iran di Nahal e quello di Sheyda: due realtà a confronto, nel breve volgere di pochi anni, due specchi che si rimandano immagini contraddittorie e dolorose, due mondi che sembrano lontani e invece si riavvicinano attraverso le parole e i racconti della più giovane alla sua attenta interlocutrice, capace di analisi politiche e sociologiche molto profonde:

“Il risultato di mezzo secolo di modernizzazione forzata dei Pahlavi è stata la presa del potere da parte di una società islamica e tradizionalista. La stessa contraddizione è valida anche oggi : trent’anni di islamizzazione e di teocrazia hanno fatto emergere una società civile moderna, secolare e laica”.
Dal salotto parigino in cui si svolge il dialogo ai palazzi della rivoluzione, dove una luce sempre accesa nasconde la telecamera pronta a spiare accusati e accusatori. La capitale della cultura più antica del vicino oriente, terra di Sharazade e dell’arte di raccontare, viene ridotta, nel racconto di Sheyda, ad un lager dove dodici milioni di abitanti rischiano ogni giorno di essere denunciati, arrestati, torturati da una setta di fanatici convinti che la religione di Allah sia contraria ad ogni singola forma di vitalità: mangiare, bere, vestirsi, amoreggiare, cantare, ballare, studiare sono viste come degenerazioni di una morale borghese di stampo occidentale da estirpare. Sheyda, amando il suo paese e la sua famiglia, tenterà di resistere e di non partire, di non abbandonare la terra in cui è cresciuta. Eppure non avrà scelta, se è intenzionata a costruire una vita libera e dignitosa. La grande capacità di scrittura dell’autrice ci consegna un documento che è un romanzo ma anche un réportage politico e una denuncia di grande efficacia. Sheyda diventa nelle pagine di Nahal una vera grande protagonista, il simbolo di un paese di cui sappiamo troppo poco e che l’occidente troppo spesso tratta con indifferenza.

Ricordo il bellissimo libro “Leggere Lolita a Teheran”, che mi aveva commosso e coinvolto, incentrato sulla difficile e pericolosa condizione delle giovani studentesse iraniane; ora, in questo libro importante, ritrovo in parte quella atmosfera, e saluto Sheyda con le parole della hostess della Iran Air che, nel viaggio che finalmente la porta fuori dal suo paese, l’aiuta ad allacciare la cintura e le sussurra:

“Ce l’hai fatta! Siamo tutti con te.”