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Gli intramontabili di edizioni e/o: “Diglielo da parte mia” di Joan Didion

Autore: Silvana Farina
Testata: libri-bari.blogautore.repubblica.it
Data: 17 gennaio 2014

La prima volta che ho sentito parlare di Joan Didion è stata durante le lezioni di storia del giornalismo letterario del corso a cui mi ero iscritta. Uno dei testi che ci era stato assegnato come materiale di studio era Letteratura e giornalismo di Clotilde Bertoni. Nel paragrafo dedicato al New Jornalism viene citato, infatti, l’incontro tra Didion e il giovane comunista Michael Laski. Si tratta di un articolo del 1967 in cui Didion delinea uno dei ritratti più riusciti delle personalità intervistate, messo a fuoco nelle sue contraddizioni di fervore utopico e vulnerabilità:

Si dà il caso che io mi trovi a mio agio con i Michael Laski di questo mondo, con quelli che vivono fuori dal mondo invece che al suo interno, quelli il cui senso di terrore è così acuto che ricorrono all’impegno in cause estreme e disperate; ne so qualcosa anch’io della paura e apprezzo gli elaborati sistemi con cui certa gente riesce a riempire il vuoto, apprezzo l’oppio dei popoli in tutte le sue forme, da quelle accessibili come l’alcol e l’eroina e la promiscuità a quelle difficili da trovare come la fede in Dio o nella Storia.

Scrittrice, sceneggiatrice, figura fondamentale del giornalismo americano, Joan Didion non ha mai voluto tessere un mito su se stessa, piuttosto lo ha demistificato confessando la propria goffaggine:

Il mio unico vantaggio come giornalista è che sono così minuta, così caratterialmente riservata, e così nevroticamente inarticolata che la gente tende a dimenticare come la mia presenza vada contro i loro migliori interessi.

È così che mi sono innamorata di Didion, tra tutte le grandi scrittrici americane, con la stessa particolare adorazione che mi lega a Susan Sontag. Una devozione innanzitutto per quella piccola reporter che ha saputo indagare e condividere il disagio sconquassante degli anni sessanta.
Diglielo da parte mia (A Book of Common Prayer, il titolo originale) è il terzo romanzo di Joan Didion riedito da Edizioni E/O nella traduzione di Adriana Dell’Orto. Pubblicato nel 1977 fu tradotto da Bompiani nel 1979 con lo stesso titolo di questa riedizione, ma fu ben presto dimenticato. Ci sono ancora molti titoli (come della Sontag molti testi sono fuori catalogo) non pubblicati in Italia (i più sono curati da Il Saggiatore). Dunque questa di Edizioni E/O  e della nuova collana “Gli intramontabili” (curata da Giulio Passerini) è davvero una bella iniziativa. La casa editrice romana ha selezionato titoli storici che in Italia non vengono pubblicati da tempo o non sono mai stati tradotti, e ha deciso di riproporli in libreria: tra i primi, accanto a Didion, ci sono Bella di giorno di Joseph Keller e Collages di Anaïs Nin.

Joan Didion ha avuto modo di riflettere sullo sgretolamento del sogno e della morale americana, sulla caduta irreversibile sia individuale sia collettiva. E lo testimonia anche in questo romanzo. Charlotte la protagonista sognava la propria vita. La sua è una vicenda di passioni o meglio di illusioni. Così almeno la definisce la narratrice e testimone di questa storia, Grace. Un’antropologa che ha smarrito la fede nel proprio metodo, che ha smesso di credere in quell’attività osservabile definita anthropos, e che per questo si diletta con lo studio della biochimica. Due donne solo apparentemente molto diverse tra loro: facciamo tutte gli stessi sogni.

New Orleans, Mèrida, Antigua, Guadalupa, una rotta cieca verso sud che la porterà a Boca Grande travolta dalla lotta tra guerrilleros e colonnelli. Un senso di irrequietudine (non sapremo mai se Charlotte si sente sola con la sua libertà) spinge la protagonista a trovare rifugio negli aeroporti. Fino a quando un giorno vede un aereo, il “suo” aereo, un aereo fra tanti ma con un suo marchio particolare, un miraggio sull’asfalto della pista. Boca Grande: bisogna saper scegliere i posti da cui non andarsene. La luminosa “grande bocca” o “grande baia” che appare a Grace sempre uguale a se stessa (Qui tutto cambia e nulla sembra cambiare).

Ho notato che non è mai sufficiente aver ragione
Ho notato che è necessario saper rischiare. – dirà Grace
 
Charlotte è una figura quasi evanescente, si potrà anche non capirla, e forse lei vuole che sia così. Le ruotano attorno diversi uomini, due in particolare, Warren e Leonard. La tormentano le vicende di sua figlia Marin scomparsa, e della piccola morta prematuramente in seguito ad alcune complicazioni. Una bellissima principessa, una bellissima famiglia. Il re dei Pazzi, la regina degli Errori.

Charlotte non riuscirà a ricordare:

Soffermarsi sul passato porta allo squilibrio mentale e alla demenza, avvertiva inoltre mia zia.
E: Non piangere sul latte versato, Grace, fanne giuncata
E a ribadire la stessa asserzione: Ricordati della moglie di Lot, non voltarti mai indietro.
 

L’integrità di una persona consiste mai in ciò ch’è incapace di fare? Forse sì, risponderemmo a Flannery O’Connor pensando a Charlotte. Ma la realtà ci dimostra ben altro, una donna spezzata che non può neppure tenare di rimettere assieme i pezzi della sua vita per fare chiarezza. La norteamericana bellissima nel suo leggero vestito di batista stampata a fiori di campo di colori lievi lungo fino alle caviglie, con i suoi sandali a tacco alto resterà impigliata nei tragici eventi.

Sei trasparente, Charlotte. Per tutti fuorché per te stessa. -Le dirà Leonard.
Ricordo di aver pensato che aveva un’aria al contempo assurdamente frivola e blandamente “tragica”, una parola che non uso facilmente e che non approvo molto- Dirà di lei Grace
 

Didion descrive la contrapposizione di due ambienti, lo stucchevole mondo aristocratico e quello rivoluzionario, i cui ideali Marin sposerà a pieno rompendo il legame con sua madre. Resteranno solo i ricordi e i luoghi della memoria: i Giardini di Tivoli. È come se le parole di Didion cadessero perfettamente verticali e nessuna di loro proiettasse un’ombra. Sono come lame sottilissime capaci di mettere il lettore in uno stato di profondo e piacevole disagio. Eppure il campo emozionale di tali parole tende a espandersi, gonfiarsi, indurirsi e rafforzarsi man mano che ci si allontana da esse. Potente e fragile, abile nel non detto, Didion si conferma straordinaria nel tessere una storia che vacilla continuamente nella sua bellezza costringendoci a leggerla e rileggerla ancora e ancora per farci testimoni noi stessi.

 Avremmo potuto continuare a farlo tutta la vita.
Dovremmo farlo tutta la vita.
Dille che ho detto che fa lo stesso.
Diglielo da parte mia
Dica a Charlotte che si sbagliava