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Parodia e disincanto nell'Angola post-rivoluzionaria

Autore: Marco Peretti
Testata: Liberazione - supplemento libri "Queer"
Data: 4 giugno 2006

È molto probabile che Jaime Bunda, agente segreto. Racconto di alcuni misteri (traduzione di Daniele Petruccioli, edizioni e/o, pp.341, 2006) dell’angolano Pepetela non aspiri a una traduzione cinematografica. Pensare a un trailer, nel quale l’agente segreto angolano si presenta con un “o meu nome é Bunda, Jaime Bunda!” è difficile da immaginare. Non solo per lo scarso appeal internazionale dell’idioma portoghese, poco competitivo di fronte al seducente “my name is Bond, James Bond!”, ma perché bunda, nel linguaggio di tutti i giorni degli angolani, vuol dire ‘chiappe’. Anche volendolo addolcire per adeguarlo al registro di Ian Fleming, diciamo natiche, il prodotto non cambierebbe.

Quel soprannome, Jaime, lo porta con sé da quando il suo professore d’educazione fisica lo invitava ad alzarle, quelle bunda, per dare almeno la parvenza che stesse giocando una normale partita di pallavolo. La causa del suo ‘bradipismo’ è dovuta proprio a quella carnosità in sovrabbondanza, una rotondità che tra l’altro attira gli sguardi di qualche suo collega, amante delle rotondità tout court. Se si aggiunge che vive con gli zii e non è certo un tombeur de femmes, la distanza dal britannico Bond aumenta notevolmente.

Un rovesciamento, una parodia, dunque, nelle intenzioni di Pepetela? In parte sì, ma soprattutto un pre-testo, che serve a Pepetela per tirare le somme di questi anni di post-indipendenza angolana che hanno visto crescere una nuova classe di ricchi dal nulla, o meglio da affari poco leciti all’ombra di una polizia distratta (non a caso Os Predadores è il titolo del suo ultimo romanzo). Non è strettamente necessario, quindi, richiamare le analisi di Eco, Barthes, Bennett, anche se servirebbero a misurare la distanza che separa l’ironia di quest’autore dall’umanità delle italiche serie televisive di distretti e squadre di polizia che tranquillizzano le nostre ansie sociali.

Di una cultura di massa, angolana, Pepetela in qualche modo vuole parlare. Non è casuale che il suo eroe lavora al Bunker – la sede non molto segreta dei servizi, nella zona alta di Luanda - perché cugino del Direttore Operativo e se consideriamo che è un’apprendista che incappa casualmente in un contrabbando di valuta, il quadro della precarietà dei servizi di controllo angolani è completo.

Una precarietà che si estende a un quadro sociale ancora rivolto al passato, tant’è che il nostro pensa e agisce seguendo i modelli americani – da Chandler a Spillane fino alla Highsmith-, in evidente contrasto con la formazione professionale di quelli del Ministero degli Interni, le cui capacità investigative risalgono agli insegnamenti cubani, segno evidente che il ‘fronte’ dell’immaginario continua la sua guerra civile. La parodia, comunque, esclude la nostalgia, nonostante questa fosse fonte inesauribile di certezze e Pepetela mostra i suoi dubbi usando quattro narratori, assumendoli e licenziandoli a seconda delle necessità.

Un romanzo, dunque, che indica un cammino della letteratura angolana contemporanea percorso dall’autore nelle sue diverse fasi, ma sempre con il necessario distacco critico: dai documenti anticoloniali che esplicitavano le divisione in seno alla guerriglia, all’inderogabile necessità ‘nazionalista’ di ricostruire il paese lacerato dalla guerra civile, fino ad arrivare a uno humour cinico che non perdona il mancato rispetto delle promesse e delle speranze post-coloniali.

Un sentire comune, offerto anche dalla breve novella di Manuel Rui, Magari fossi un’onda (traduzione di Letizia Grandi, La Nuova Frontiera, pp. 99, 2006), evidente conferma che Jaime Bunda non è l’ultima spiaggia del disincanto di un ex-guerrigliero. L’ironia, in questo caso, lascia il posto quasi al grottesco, a un surrealismo che gioca storpiando anche il nome del fondatore dell’Angola libera, ‘Africano Neto’, e se a farlo è l’autore dell’inno nazionale angolano è tutto dire. Mettere alla berlina le contraddizioni di un sistema che spesso si nasconde dietro un armamentario di frasi e simboli egualitari e fraterni è una necessità improrogabile per chi è consapevole di una distribuzione delle risorse ancora troppo parziali. Manuel Rui le rende paradossali, ricreando in uno spazio condominiale pervaso da un’ideologia marxista-leninista, una gerarchia che separa il compagno amministratore dai compagni inquilini. La diatriba che coinvolge il funzionario, delegato a far osservare le regole, con Diogo, il protagonista, nasce dall’idea di quest’ultimo di allevare, o meglio far ingrassare un maiale nella sua abitazione, al settimo piano. Una lungimirante ‘pianificazione’, come spiega ai figli e alla moglie “perché la rivoluzione comincia dalla pancia”. Un ‘capitale’, il maiale, che s’imborghesisce, ingrassando appunto come un ‘capitale’, ma che per i figli di Diogo è solo un compagno di giochi da salvare, tanto più che non sono convinti che il ‘borghese’ sia il maiale, ma il padre che ne vuole far prosciutti. Zeca e Ruca ribattezzano il coinquilino ‘Carnevale della vittoria’, un nome che coincide con le celebrazioni politiche che per dieci anni, dal 1977, hanno ricordato la vittoria dell’esercito angolano sulle forze sudafricane. Un maiale, dunque, che come l’Angola, viveva ai bordi dell’Oceano, poi Diogo come tanti altri, non contento delle consuete cene di pesce fritto, ha cominciato a pensare alle sue succulenti carni.

Se Pepetela civetta con Ian Fleming, la scelta del maiale di Manuel Rui non può che rimandare a Orwell e come un carnevale in cui tutto si rovescia, tornano alla mente i suini rivoluzionari de La Fattoria degli animali, che con il passar del tempo sono diventati del tutto simili agli uomini. “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri” è l’unico principio rimasto della loro rivoluzione, ma i figli di Diogo riescono ancora a sognare un futuro diverso per ‘Carnevale della vittoria’: “magari fosse un’onda”, un tutt’uno con l’Oceano, “un’onda non si può legare con una corda”.