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Elena Ferrante appartiene ai grandi classici

Autore: Silvia Sereni
Testata: Ho un libro in testa
Data: 12 febbraio 2014

Una cosa, ho notato, a proposito di Elena Ferrante. Che i suoi lettori che la amano (penso che le due cose coincidano all’istante, leggerla e amarla) quando ne parlano, scambiandosi tra loro impressioni e segnali di passione, come può avvenire tra complici o adepti di uno stesso credo, si accendono.

Capita, con i libri, è chiaro, ma capita soprattutto con i grandi libri. Quelli che sanno parlare a tanti. E i libri che sanno parlare a tanti sono i classici. Per me, i libri di Elena Ferrante, in particolare la saga de L’amica geniale, sono già dei classici. E cerco di spiegare perché.

Prima di tutto, per il motivo che, pur essendo scritti in prima persona, i tre libri finora usciti hanno la qualità del tutto campo, dello sguardo ad ampio raggio dei romanzi-romanzi di una volta e di sempre. Raccontano la persona, ma anche il quartiere, il rione, la città, la regione, il paese, l’Italia, il pianeta. Proprio come dichiara l’io narrante, Elena, quella delle due amiche che fugge dal rione, che va a studiare alla Normale di Pisa, al contrario di Lila, l’amica geniale, che invece resta (curioso, tra l’altro, che quella che sembra geniale, unica, straordinariamente coraggiosa se non temeraria, sia quella che rimane attaccata al luogo di nascita). «Andarsene, filar via… Me l’ero battuta, infatti»  scrive Elena. «Ma solo per scoprire che mi ero sbagliata, che si trattava di una catena di anelli sempre più grandi: il rione rimandava alla città, la città all’Italia, l’Italia all’Europa, l’Europa a tutto il pianeta. E oggi la vedo così: non è il rione a essere malato, non è Napoli, è il globo terrestre, è l’universo, o gli universi. E l’abilità consiste nel nascondere e nascondersi lo stato vero delle cose». (Ed ecco forse la risposta a come mai l’amica geniale resta: perché sa, perché intuisce, «lo stato vero delle cose»).

In secondo luogo, questi libri sono dei classici perché sono totalizzanti. Ci entri dentro e non ne vorresti uscire più. I personaggi sono persone, persone più reali di quelle che conosciamo, perché arrivano ad essere archetipi. La madre sgraziata, selvaggia, provata dall’esistenza, di Elena. I maschi violenti e disperati del rione. Le donne e le ragazze assetate di vita ma vittime della loro condizione di emarginate tra gli emarginati. Gli intellettuali idealisti e capziosi, snob e impotenti, velleitari e testardi. Gli affaristi, gli strozzini, i malavitosi, i mafiosi, gli orchi crudeli e senza scrupoli. Vogliamo sentirli parlare, seguirli nelle loro vite, spiarli nelle loro case, capire come vivono, che idee hanno in testa, sapere che fine faranno. Ci affezioniamo anche ai loro nomi: i Carracci, i Cerullo, i Greco, i Peluso. Rino, Ada, Melina, Pasquale, Stefano, Achille, Nino, Marcello, Michele. Tutti quanti colti nella loro materialità di gesti, di volti, di sguardi, di colore dei capelli, di presenze tangibili. Ma anche nelle loro doppiezze contraddittorie. Tra tutti, la più misteriosa, la più indecifrabile, la più problematica, Lila. E’ davvero lei, viene il dubbio, delle due amiche, quella geniale? Non sarà, piuttosto, una proiezione dell’altra a renderla tale? Perché, pur essendo questa una narrazione capace di descrivere un mondo, è anche una narrazione che sa riprodurre la dimensione inevitabilmente chiusa e limitata dell’io, che impedisce di vedere in trasparenza gli altri, soprattutto quelli che più ci sono vicini. Così la superiorità che talvolta attribuiamo a chi non è come noi può nascere semplicemente proprio da questa differenza.

Un terzo motivo per il quale annovero l’opera della Ferrante tra i classici è che sembra che dica il vero. L’amica geniale, in particolare, mette in scena le contraddizioni di classe, i rapporti tra amanti, l’amore, l’odio, l’amicizia, la frustrazione in un modo che ha del definitivo. Tutta la narrazione è pervasa da una sincerità scomoda, da un coraggio strenuo di scendere in particolari poco edificanti, di descrivere brutalmente la realtà, comprese le azioni e i sentimenti talvolta meschini dell’io narrante. Il fascino dell’altra, del resto, il fascino di Lila, sta proprio nei suoi gesti crudeli, nelle sue scelte egoiste, nelle sue uscite raggelanti. «“Credi che non sono capace”» (di cancellarti i file dal computer), chiede Lila ad Elena a un certo punto. «“Lo so che sei capace, ma mi so proteggere”» risponde Elena. «Rise al suo vecchio modo cattivo. “Da me no”». Inoltre non credo, per fare anche un solo esempio che riguarda la capacità di descrivere con efficacia un’intera epoca, che, finora, ci sia un romanzo che racconta meglio il ’68 del terzo volume della saga, Storia di chi fugge e di chi resta. Del ’68 c’è la voglia di libertà, l’esplosione di un disagio, lo scombinamento di carte che ben conosciamo, l’apertura al futuro di una generazione. Ma anche il lato meno raccontato, quello del malessere che nasceva all’interno stesso di quel fenomeno, nonostante la giovinezza e l’adesione generosa dei giovani di allora a un movimento (per me giusta, per quanto informe questo potesse essere). Un disagio che forse apparteneva soprattutto alle donne. «Mi sentii diversa» scrive Elena descrivendo un’assemblea studentesca «abusivamente presente, senza i requisiti per urlare qualcosa anch’io».

In che modo, questa narrazione, raggiunge il suo obiettivo di essere romanzo? Tra le tante strade possibili che si possono scegliere sul piano dello stile, in questo caso ci troviamo ad avere a che fare con una lingua trasparente, che si beve, per usare un’immagine scontata ma diretta, come acqua di fonte. E’ per via di questa scelta, anche, che la lettura scorre via facilmente. Stiamo leggendo o guardando un film? Secondo me, ci si guarda anche dentro, in questo romanzo, tanto tutto appare scolpito e in primo piano. Tuttavia questo stile limpido e lineare non è privo di immagini fulminanti. «In quel periodo di piogge, la città si era ancora una volta crepata, un intero palazzo si era piegato su un fianco come una persona che si appoggia al bracciolo tarlato di una vecchia poltrona e il bracciolo cede». Acqua di fonte che si beve facilmente, ma non priva di riflessi, increspature, cerchi concentrici.

Quanto al registro, qui non c’è nulla di magico, nulla di fantastico o di onirico. Siamo a ridosso della vita vera, reale. Una realtà, solida, dai contorni ben riconoscibili, ma anche piena di anfratti, di nascondigli, di stanze segrete da esplorare. Non è la scrittura che ci dice quello che sappiamo già (e quindi molto spesso annoia), è una scrittura che fa scoprire e mettere a fuoco.

Quanto alla famosa volontà di anonimato dell’autrice (si chiami o no davvero Elena come la sua protagonista) ha ben ragione Giulio Passerini, assieme a Proust: quel che conta è l’opera, non chi l’ha scritta. Aggiungerei che questa scelta, davvero singolare in quanto a serietà e coerenza, ha l’effetto un po’ magico, questo sì, di farci arrivare i libri firmati Ferrante con una nudità e una perentorietà inconsuete. Eccoci qui, siamo noi, non c’è altro. Se volete, leggeteci. Con il vantaggio aggiuntivo, per noi lettori, ma forse anche per l’autrice (si propende a pensarla donna, ma chissà) di poterne dire tutto ciò che si vuole senza infingimenti di sorta. Una grande libertà.

Ben inteso, il desiderio di continuare a leggere è lì intatto. Verso la fine del terzo e ultimo (solo per ora, speriamo) volume, più che mai scatta quel famoso meccanismo che, in certi casi (e questo è il caso), spinge il lettore a pensare, rivolgendosi al personaggio che si sta lanciando a testa bassa in un disastro: «Ma no, che fai? Per favore fermati, non fare così». Elena, non lo avevi detto tu che tuo marito è buono, è intelligente, che non si merita una vigliaccata? Stiamo aspettando la prossima puntata.