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Il capitano pugliese Bosdaves e lo strano suicidio nella cava

Autore: Leonardo Petrocelli
Testata: Gazzetta del Mezzogiorno
Data: 21 febbraio 2014

Il suo romanzo d'esordio, Lupi di fronte al mare, fu definito la «Gomorra del Levante» per la vivida capacità di raccontare una Bari dolente, metafora d'Italia, avvinta in una spirale di decadenza e corruzione. Tre anni dopo Carlo Mazza, bancario barde con alle spalle una parentesi di vita da carboniere, torna in libreria con il secondo capitolo della sua trilogia noir: Il cromosoma dell'orchidea, in uscita il 12 marzo per i tipi di E/O (pp. 224, euro 16,50) e sempre all'interno della collana «Sabot/age» curata da Colomba Rossi e Massimo Carlotto. Rispetto alla prima fatica, non cambia la cifra stilistica e nemmeno il protagonista, cioè il capitano della Benemerita Antonio Bosdaves, affiancato questa volta da una presenza più marcata della giornalista Martina. Cambiano invece la scenografia (non siamo più a Bari bensì in una città immaginaria) e l'oggetto del contendere: non la sanità, ma il rischio ambientale. Ad innescare la trama è il presunto suicidio di un ambientalista precipitato in una cava contigua a futuri cantieri edilizi. Il tutto, alla vigilia delle elezioni amministrative.

Mazza, il cocktail si presenta esplosivo. Ma volendo stringere l'inquadratura, qual è il cuore del romanzo?
«Tutto ruota intorno al potere. Ma non quello leaderistico cioè legato al carisma di una sola persona, bensì quello diffuso, segnato da una partecipazione collettiva. Ho voluto narrare un contesto nel quale si muovono politici, dirigenti, giornalisti, cittadini comuni. È una storia di odi, invidie, rancori, ma anche di onestà e coraggio. Di sentimenti, insomma. Perché i sentimenti creano dinamicità e movimento, ponendosi all'opposto rispetto all'immobilità delle situazioni.»

Come ha deciso di rappresentare questa coralità di voci ed emozioni?
«Nel romanzo ci sono personaggi bianchi e neri ma anche grigi, cioè sospesi lungo una linea di confine e tentati dal male. Per raccontare questo tipo di umanità ho tratto ispirazione dal saggio del sociologo barese Franco Cassano L'umiltà del male (Laterza) e dall'idea di fondo in esso contenuta: non dobbiamo occuparci di pochi illuminati che vivono sulle montagne ma della solitudine, spesso abbandonata a se stessa, dove il potere permette di avvicinare l'uomo in modo efficace e seducente».

Apriamo una parentesi sui dirigenti. Sembra le interessino più dei politici...
«A volte ciò che avviene non è solo frutto delle scelte dei politici. Anzi, i politici sono solo la punta dell'iceberg. Molto più importante, per una città, è la sua dirigenza amministrativa, il sottobosco di funzionari. Se questi sono esperti, sicuri, forti, saldi nei propri convincimenti e nei propri principi morali, è davvero difficile che la mala politica riesca ad attecchire.»

E veniamo all'ambientazione. Come mai ha rinunciato a Bari?
«Questa volta ho voluto parlare di una qualunque città, dando più peso ad aspetti universali che non si legano ad un solo contesto. Nel creare la scenografia mi sono ispirato ai luoghi che conosco e che ho visitato, dal Salento all'Alto Adige. D'altronde, le storie di malaffare si somigliano indipendentemente dalla latitudine. Quando uscì il primo romanzo un giornalista mi chiese "Lei parla di Bari, ma in realtà si sta riferendo alla vicenda Angelini in Abruzzo, vero?". Mi fu chiaro, allora, che i guasti sono sempre gli stessi.

Senza una precisa localizzazione geografica cui ricondurre gli eventi, il romanzo potrebbe essere accolto più serenamente?
«Effettivamente, nel tempo ho scoperto che alcune associazioni culturali baresi, vicine alla macchina amministrativa del potere, non amano scandagliare i guasti della città. Preferiscono parlare del traffico di droga in Groenlandia. E infatti il primo romanzo ebbe molto più successo al di fuori della Terra di Bari piuttosto che nel suo luogo di ambientazione. Con questo nuovo libro non dovrebbero esserci problemi.»

Infine, dove c'è il male c'è anche la cura. In tal senso, quale contributo può fornire la letteratura?
«Non sono così presuntuoso da ipotizzare delle soluzioni. Ma posso dire questo: spesso i giornali e le televisioni non restituiscono una immagine fedele di ciò che accade nella realtà. Ecco che la narrativa può svolgere un ruolo di resistenza mettendo delle storie nero su bianco ed aiutando i cittadini a prendere coscienza delle tante storture che li circondano.