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I piatti più piccanti della cucina tatara di Alina Bronsky

Testata: La leggivendola
Data: 22 febbraio 2014

Non sapevo granché di questo libro, quando l'ho ordinato. Non ho letto recensioni, non mi sono informata sull'autrice – meglio così, perché il suo primo libro non mi aveva entusiasmata, se avessi saputo che anche questo è figlio suo forse non l'avrei preso – e non ho neanche sguardicchiato granché il retro di copertina una volta avutolo tra le mani. L'avevo solo visto segnalato nel Meleto. Cosa che comporta un 'Uelà, grazie!' ad Andrea.
Dopodiché, il libro. I piatti più piccanti della cucina tatara di Alina Bronsky, edito in edizione economica dalla E/O nel 2012. E, per quanto io non conosca il tedesco, sento di poter dire che la traduzione di Monica Pesetti è davvero buona.
La storia è narrata in prima persona da Rosalinda, e copre più o meno una trentina d'anni, sebbene gli ultimi dieci prendano poche, brevi pagine. Non saprei dire in che periodo siamo, all'inizio. Forse ci sono riferimenti che aiuteranno altri a capirlo. Inizialmente, visto che non è scritto chiaramente da nessuna parte, mi ero immaginata gli anni '50. Poi però si parla di euro, si vedono computer, ci si riunisce a guardare programmi tipo X-Factor. Quindi dovrebbe iniziare intorno agli '80... credo. Non saprei proprio.
Ad ogni modo, siamo in Russia e nella testa di Rosa. Rosa è un personaggio meraviglioso. Malvagia fino ad essere grottesca, una donna bellissima e maestosa, pratica ed energica quando si tratta di tiranneggiare gli altri, cosa che fa con una sicurezza disarmante. Muove le persone come fossero pedine, si fa un piano in testa e poi fa in modo che gli altri lo seguano. È insensibile, dura, diretta. E io l'ho adorata. So di essere in netta minoranza, ma a me Rosa ha fatto quasi simpatia. Durante la lettura mi capitava di strabuzzare gli occhi incredula di fronte alla facilità con cui calpestava i sentimenti altrui. E non è che lei non ne avesse, solo che non vedeva motivo di starci a indugiare. Se il mondo è crudele, educalo a ceffoni.
Succede che Sulfia, la figlia diciassettenne di Rosa – e dell'inutile marito – rimane incinta. Non si sa di chi, ma Rosa sceglie di credere alla possibilità che la figlia sia rimasta fecondata in sogno. Inizialmente l'amorevole madre cerca di farla abortire in ogni modo, finché dopo i continui insuccessi, non le rimane che desistere. E nasce Aminat, una bambina bellissima che diventa tutto il suo mondo. Aminat è il suo fine ultimo, è 'sua'. Le somiglia come Sulfia, tonta e bruttina, non le era mai somigliata. Ha gli occhi vispi, intelligenti. E Rosa vuole tenerla con sé.
 Da qui in poi accadono un sacco di cose. Accadono a Rosa, a Sulfia, ad Aminat. Il loro piccolo mondo che si allarga e poi si restringe, Sulfia che si fida del mondo come se la gioia non avesse spine, Rosa che stringe le labbra, disapprova, comanda e bacchetta. Aminat che cresce e cambia.
La caratterizzazione dei personaggi è eccellente. Nonostante siamo costretti a vedere tutto dal punto di vista di Rosa, riusciamo a farci una chiara idea di come stiano realmente le cose. E i personaggi cambiano in maniera davvero realistica, gli avvenimenti lasciano segni evidenti e comprensibili sulla loro pelle e sui rapporti che intercorrono tra loro. Lo stile poi è fluido e scorrevole, la storia corre leggera anche quando di leggero non ha nulla.
Una sola cosa mi ha fatto storcere il naso. Il finale. Mi è scattato l'impulso di raggiungere la Bronsky e rincorrerla per tutto il suo appartamento, armata di un cucchiaio di legno da picchiare ripetutamente contro ogni superficie dura, così da diventare l'elemento di disturbo supremo, mentre le ripeto 'Allora? Sei sicura che sia andata così? Sei proprio sicura? Ma ne sei certa? Controlla meglio!'.
Il che ha un vago sentore di Rosa, ma facciamo finta di nulla.
È un libro che ho adorato. Tanto. Inquietante e divertente. Più che consigliato.