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De Roberto in trincea

Autore: Renato Minore
Testata: Il Messaggero
Data: 1 marzo 2014

È il disertore che, nelle lettere familiari, si è presentato da eroe. C'è il soldato con le medaglie al petto, famoso però per la sua esilarante "retata" di nemici affamati. C'è il pluridecorato che, di fronte al cecchino, si spara in testa. Varianti sul tema della scelta (o dell'obbligo) di essere eroi quelle del De Roberto (quasi sconosciuto) de La .paura, Rifugio, La retata e Ultimo voto. Sono i racconti che l'autore dei Viceré pubblicò tra il 1919 e il 1923, ora organicamente proposti da E/0. La scena è quella della Grande Guerra con le interminabili attese in trincea e i cadaveri dissepolti dal gelo· che potrebbero figurare in Kaputt di Malaparte. Il capitano ha ricevuto la generosa ospitalità della famiglia di un disertore impenitente, alla cui fucilazione egli ha appena assistito. (Rifugio). L'ufficiale che da morto è rimasto per mesi in piedi, su un reticolato con la pistola in pugno, è bollato dalla vedova (che si sposerà con un imboscato) come un perfetto idiota: «Tutto per la Patria, naturalmente!... Tutto per l'Italia ... ».(L'ultimo voto). Il soldato rievoca in romanesco come, caduto nelle mani del nemico, sia riuscito a sua volta a catturare un intero plotone austriaco inventando decine di manicaretti che avrebbero costituito il "rancio" delle truppe italiane (La retata). Il tenente è costretto a ordinare ai soldati, uno per volta, di andare a raggiungere un posto di vedetta, esposto al fuoco di un cecchino: così sfilano e muoiono i suoi uomini, gli stessi di Lussu e Jahier, e ognuno dice in dialetto il proprio terrore. (La paura).

LA GUERRA La guerra non è più un evento, che coinvolge interi popoli oltre i singoli personaggi e i luoghi specifici. De Roberto ne esplora l'ambiguo fondale in cui essa colloca chiunque ne sia coinvolto - lealtà difficili da conciliare, quella per il piccolo gruppo dei compagni con quella astratta per la patria, quella verso se stessi (la propria identità) con quella, ancora più astratta, per l'umanità. La guerra è il paesaggio, la trincea, gli uomini: Maramotti, «faccia bruna, magra, cotta dall'aria e dal sole»; Gusmaroli, lombardo, «ragazzone atticiato e nerboruto»; Zocchi, «con quel suo viso largo di zigomi e appuntito sul mento, un gran naso sottile, gli occhi piccoli e fuggenti, il collo lungo e scarno, le orecchie grandi e spalmate come manichi di pignatta». Un attimo dopo, un colpo di fucile li rende dei corpi inanimi fra i sassi. Numeri: «Mi hanno ucciso cinque uomini», La paura, con I viceré, è il capolavoro di Federico De Roberto, algida e angosciante staffilata quasi teatrale, distillato dell'orrore (rimanda a Cuore di tenebra di Conrad o a Terra desolata di Eliot) dello scontro di trincea, in unità luogo, tempo, azione, come ha ben scritto Goffredo Fofi. Un racconto degno di ogni antologia della miglior narrativa breve del Novecento, che non ha avuto ancora i lettori che avrebbe meritato. Li merita ancora tutti, dopo quasi cento anni, e speriamo proprio che li conquisti a uno a uno.