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TRINACRIA PARK: una amara sotie per l’isola

Autore: Salvo Sequenzia
Testata: http://terzapagina.blog.kataweb.it
Data: 7 marzo 2014

Le isole, è cosa assai ben nota a marinai, a viaggiatori e a cartografi, sono circondate dal mare.

Ma vi sono altre isole, di speciosa natura,  che affiorano da dense ed oniriche banchise di carta, da gorghi di inchiostri verdastri e seppiacei,  da nebulose mobili ed ibride, esplose da un big bang immemorabile e lambite da lingue precarie e caustiche di scrittura, schiumose di parole.

Isole dagli approdi impervi, improbabili, che ubbidiscono a geografie irragionevoli -  quelle del romanzo - nate da una «ricchezza indecifrabile», da una «ebullizione di chimere» che solo la letteratura propizia e seconda.

A questa specie di isole appartiene Montelava, il luogo “separato”, l’isola che sorge a due passi dall’«isola madre», la Sicilia, e  che è scena e teatro della vicenda narrata nell’ultimo romanzo del catanese Massimo Maugeri, Trinacria Park.

Il luogo diventa un parco tematico, il più grande d’Europa, realizzato con finanziamenti pubblici, favoriti dal presidente della Regione Remigio De Curtis e da un ministro, e con capitali privati riconducibili a una ambigua società americana, la Graskon, centrale di torbidi interessi. Su tutto, silenziosa, grava l’ombra di una «organizzazione» pervasiva e strisciante.

Dentro questo immenso parco ispirato al mito delle tre Gorgoni - un mito alimentato dal ritrovamento di un antichissimo papiro contenente brani di un poema epico in greco antico che narra le vicende di Steno (la forte), Euriale (la spaziosa) e Medusa (la distruttrice) -   Maugeri  tira le fila di una sotie in cui fantasy, thriller e documento antropologico precipitano irrimediabilmente, perché «irrimediabile» - «irredimibile», sciascianamente – è il destino umano.

Non v’è, infatti, rimedio al “male” che i personaggi di questa amara sotie portano con se e che covano dentro: una eredità di pena e di sangue, di folle disperazione e di muta rassegnazione, che impregna la loro memoria e la loro carne e che tinge di «μέλαινα χολή», di ‘umor nero’, freddo e asciutto come la terra, i contorni della storia, diffondendosi dappertutto come un morbo.

E’ una ‘compagnia’ di personaggi ‘dimissionari’ dalla vita, ambigui, dalle carriere macchiate dal fallimento e dal compromesso, che si dà convito tra gli artificiosi ed irreali set del parco.

C’è la direttrice, Monica Green, figlia di uno dei più grandi produttori hollywoodiani e di un’attrice. Al suo fianco, come direttore artistico, c’è Gregorio Monti,  un ‘onnipotenziale’ dell’oscura ‘organizzazione’: figura ancipite, lacerata da oscure inquietudini, posseduta da un amore malato per la propria terra, la Sicilia. C’è, poi, Marina Marconi, giornalista del ‘Trinacria Park Network’. E ci sono attori e troupe che dovranno mettere in scena, in diretta, alcune delle pagine che hanno costruito la storia della Sicilia, come la strage di Portella della Ginestra. Tra loro, il balbuziente Manuel Vetri, Angela Melis e Mauro D’Andrea.

Come la sgangherata compagnia teatrale della Contessa Ilse Paulsen de I giganti della montagna di Luigi Pirandello, questi personaggi approdano a Montelava,  e vengono ‘clausurizzati’  a Trinacria Park – che si trasforma in una Scalogna di menzogna e di degradazione morale – mettendo in scena ognuno il proprio ‘dramma’, con gli «occhi abbacinati dal troppo sole della nostra isola»: così recita il mago Cotrone, il ‘dimissionario’ par excellence di quel reame illusorio.

Il motivo pirandelliano della villa  perduta nell’isola, luogo simbolico dell’ultimo ‘mito’, quello dell’arte, nel romanzo di Maugeri viene declinato in quello del ‘parco’, luogo immaginario, posticcio, laboratorio di imposture, speculare alla «grande isola», giardino delle delizie e, insieme, antro infero, di cui Gregorio Monti risente tutta la carica di terrifico fascinus.

Sicché, nel beffardo  ‘giuoco delle parti’  che, mentite e taciute, si replicano e si ribaltano, una diva, una produttrice americana e una giovane rivoluzionaria assumono le sinistre sembianze delle Gorgoni; mentre, nella settimana di inaugurazione del parco, una terribile epidemia – che, in un primo tempo, viene attribuita agli integralisti islamici, e che, in seguito, si scoprirà essere ascrivibile a cause del tutto diverse - miete decine di vittime tra ospiti illustri, politici e semplici operatori.

Il malessere che cova dentro i personaggi esplode all’esterno, investe la realtà, frantuma il sogno. Come la ‘peste’ manzoniana, l’epidemia si fa «scopa» di un oscuro deus absconditus che spazza via il belletto di un mondo fittizio colto al suo precipizio e ne rivela ogni impostura.

Trinacria Park racconta che il male esiste, vive, si trasforma e si ‘replica’ nel giuoco dei travestimenti e delle dissimulazioni, ombra invisibile, proteiforme, inverificabile, al fianco di chi esercita il  dominio assoluto sulla natura e sugli esseri umani, e che solo la letteratura, il romanzo, possono aspirare - prima ancora che a raccontarlo - a raffigurarlo, dandogli un luogo, un tempo, un volto e una storia. E lo racconta con una scrittura densa, felice, puntuale, ‘visionaria’, nutrita, da una parte, della grande lezione isolana del romanzo politico-antropologico; e dall’altra, dalle più feconde esperienze della letteratura europea ed americana.

Nel dare voce alla sua tensione morale e conoscitiva, di cui ha dato testimonianza negli ‘incunaboli’ narrativi del suo primo romanzo, Identità distorte,  e nei racconti contenuti in Viaggio all’alba del millennio,  Maugeri edifica un edificio  narrativamente e stilisticamente coerente, equilibrato, sostenuto da un ritmo di scrittura incalzante, leggero (nell’accezione teorizzata da Italo Calvino nelle  Lezioni americane) che non offre scampo e non dà tregua, inchiodando il lettore alla pagina, come impietrito dallo sguardo  ‘fascinoso’ della Gorgone che promana dalla scrittura.

Tutto è falso a Trinacria Park. Tutto è recitazione, finzione, impostura.

Il tema dell’impostura e dello «scangio», cari alla grande tradizione degli scrittori siciliani da De Roberto a Borgese, da Sciascia a Camilleri, si agita tra le pagine di Maugeri divenendo cifra di una cultura, emblema della contraffazione criminale della verità e della storia. Di ogni storia.

In Se una notte d’inverno un viaggiatore, Italo Calvino scrive: «Un falso, in quanto mistificazione di una mistificazione, equivale ad una verità alla seconda potenza».

La «linea schiumosa tracciata sul mare» dalla nave che fa la spola tra la Sicilia e Montelava, l’«isola spazzatura», segna il limes fra due mondi che custodiscono oscure vicende e storie di macchinazioni e d’imposture che la letteratura riutilizza, perché nello spazio bianco di libertà della pagina scritta la parola entri con l’obbligo del rinfranco e del risarcimento di verità e di memoria.

Il principio è manzoniano. E’ quello delle verità dimenticate della Storia della Colonna infame. E, parimenti, anche sciasciano. Dello Sciascia che, nel Consiglio d’Egitto, nella metafora della «minzogna saracina» rappresenta la presenza del male inestirpabile, ciclico e ineluttabile  nella storia della Sicilia e del mondo, di cui la Sicilia è – et pour cause -  «metafora».

Maugeri, in Trinacria Park, tra parodia e rifacimento, tra divertissement e diegesi cinematografica, assume tale principio come categoria gnoseologica e morale dentro una vicenda che mette in parità le tortuosità e le «farfanterie» della storia e le tragedie individuali, intime dei personaggi.

Mentre a Montelava ogni cosa si sgretola sotto la sferza dell’epidemia e di una terribile tempesta; mentre il destino della sventurata ‘Compagnia’ di ‘tragediatori’  affoga nel vomito del colera, nel sangue e nel «piscio» della follia; mentre tutto «si flette alla vita» - ‘calati juncu ca passa la china’, legge inesorabile cui ubbidisce, da sempre, per una sorta di oscura nemesi, la storia della Sicilia, del suo popolo -  e quel luogo, l’isola, rimane immutabile, eterno, «travestito da altro luogo e che si atteggia ad altro luogo ancora», in un perverso insensato giro in cui tutto muta e ‘stracangia’ e mai si mostra come è; lontano, il «solco schiumoso che la nave traccia» chiude il cerchio, ricompone il ‘gghiommero’  bituminoso, l’agra sostanza del vivere, ma non lo scioglie.

Mentre un «cappello nero», strappato a un cantore sfregiato e trascinato dal vento sul mare, si fa sinistro presagio, e vola davanti agli occhi dei protagonisti ‘superstiti’, l’aedo non cessa di ripetere il suo canto senza tempo, il suo «assurdo contrappunto / di dolcezze e di furori, / un lamento d’amore senza amore» per la sua terra.

«E vui durmiti ancora…».