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"La paura" ma non solo

Autore: Massimo Onofri
Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 9 marzo 2014

L'occasione l'ha propiziata il centenario i n corso di quella tremenda carneficina che fu il primo conflitto mondiale: niente di meglio, allora, che proporre nella collana «Gli Intramontabili» dell'editore e/o una scelta dei più persuasivi racconti di guerra di quel grande scrittore, m a ancora misconosciuto, che è stato Federico De Roberto, La paura e altri racconti della grande guerra (pagg. 144, € 14,00 ), con l'introduzione di Antonio Di Grado, uno dei più autorevoli specialisti dell'autore catanese, cui dedicò nel 1998 un libro foltissimo e irrinunciabile, La vita, le carte, i turbamenti di Federico De Roberto, gentiluomo. Non sarà inutile aggiungere che i racconti di De Roberto sul tema
- se si vuole ancora escludere il frammento poi recuperato da Giuseppe Traina (Un incontro) - arrivano appena a nove, apparsi tra il1919 e il1923, e raccolti tutti insieme per la prima volta i n volume da Sarah Zappulla Muscarà nel 1979 per Curdo, La "Cocotte" e altre novelle: fatti salvi, ovviamente, gli articoli e i saggi inclusi in Al rombo del cannone (1919) e All'ombra dell'ulivo (1920), in cui l'ideologia dell'interventista moderato fiorisce in decisa contraddizione con il pacifista di natura delle novelle. Chi volesse saperne di più, potrebbe consultare il bel saggio di Alessio Giannanti, pubblicato negli atti d'un seminario cagliaritano del2010, dedicato a Giuseppe Dessì e la forma breve, e cioè Lo stile "disertore". Appunti su lingua e ideologia bellica nelle novelle di guerra di Federico De Roberto, poi sviluppa tosi in un capitolo del volume L'ultimo De Roberto, dello stesso giovane studioso, presto in uscita per i tipi di Ets. La paura ( rifiutata da <<La Lettura», il mensile letterario del «Corriere della Sera», cui De Roberto l'aveva affidata, e quindi pubblicata su <<Novella>> i115 agosto 1921) è, come si capisce sin dal titolo, il perno su cui questa antologia ruota, ma Di Grado vi allega altri tre racconti che, complessivamente, ben si prestano a fornirci, di quella catastrofe bellica- coi suoi eroi involontari e quelli abusivi, solo creduti tali, tra trincee retrovie e lontani affetti domestici-, una testimonianza d'irredimibile tragicità, ma coi suoi persino esilaranti riflessi, in sorprendente anticipo, mi verrebbe da dire, su certa commedia italiana, da Risi a Monicelli. Come altro leggere, del resto, il racconto La retata , dove, nell'eclatante romanesco d'una rodo montata, un soldato racconta di come, prigioniero degli austriaci, riesca a farne disertare un intero plotone, con l'immaginifica descrizione del prelibato rancio che gli italiani hanno nientemeno la possibilità di gustare in trincea. Senza dire- e siamo a L'ultimo voto- dell'imboscato che riesce a farsi sposare, chissà come, dall'affascinante contessa alla quale, in presenza di lui, il suo amico capitano aveva, poche settimane prima, comunicato la notizia della morte dell'eroico marito. Non dimenticando il rifugio, cantilenato addirittura in veneto: là dove il peggiore dei disertori- il più codardo, il più neghittoso, il più bugiardo-, poi fucilato all'ennesima balorda fuga, viene invece ricordato dalla sua famiglia semplice e perbene, per via delle lettere da lui spedite, come il più puro e generoso degli eroi. Difficile non essere d'accordo con Giannanti quando afferma che le novelle di guerra di De Roberto sono state messe in ombra, se non addirittura obnubilate, da quel capolavoro che è, appunto, La paura e che meritano più attenzione di quella sinora ricevuta. La paura, però, resta La paura: un testo che oltrepassa drasticamente la m era dimensione del racconto di guerra. E che, mentre lavora una linfa leopardiana nella direzione di un espressionismo già nichilista, individua nella guerra un concretissimo stato d'eccezione i n cui s i rivela, radicalmente e senza veli, la verità della condizione umana i n quanto tale. Verità di cui De Roberto ha consapevolezza sin dall'incipit, di lucidità quasi didascalica: <<Nell'orrore della guerra l'orrore della natura: la desolazione della Valgrebbana, le ferree scaglie del Montemolon, le cuti delle due Grise, la forca del Palato e del Palbasso, i precipizii della Fòlpola». Ma dentro questo orrore universale, la fine atroce cui vanno incontro i soldati, invitati senza possibilità di scampo a morire, uno a uno, sotto il fuoco degli invisibili cecchini nemici, per difendere una postazione che non è militarmente difendibile. Sino al paradosso d'una catarsi che coincide addirittura col suicidio dell'eroe di guerra. Non sarà peregrino notare che De Roberto concepiva un racconto così, di feroce espressionismo e di stupefacente plurilinguismo, proprio negli anni in cui «LaRonda» sottoponeva a normalizzazione (e nobilitazione) la lingua italiana e la filosofia di Leopardi. Che il più geniale studioso dell'espressionismo letterario italiano, Gianfranco Contini, sia rimasto completamente sordo a De Roberto è mistero per niente gaudioso. E che la dice lunga: non certo su De Roberto.