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Come un fiore nel marciapiede

Autore: Francesca Magni
Testata: Letto fra Noi
Data: 13 marzo 2014

Massimo Carlotto, Il mondo non mi deve nulla (e/o, 2014, € 9,50, pp. 106). Comincia così: un ladro su una panchina in una sera (d’estate?), in una Rimini placida e fuori dal tempo; si chiama Adelmo (già il nome…), sale su un terrazzo e si introduce in una casa a rubare (insospettabile destrezza) ma viene sorpreso dalla padrona di casa, stesa sul divano e per nulla intimorita. Lei è una ex croupier tedesca, lo guarda senza paura mentre lui le ruba cianfrusaglie e risponde al cellulare alla petulante compagna Carlina… C’è uno strano mix di realismo e insensatezza, in queste prime pagine, e non amo particolarmente la prosa zoppicante di Carlotto. Finché la donna, Lise, comincia a parlare. Allora il testo si fa teatrale e i personaggi “archetipi contemporanei”: lui, operaio di mezza età che ha perso il lavoro e non lo ritrova; lei, donna del bel mondo, felina e dominatrix attorno al tavolo verde delle navi da crociera, trionfatrice grazie alla menzogna e infine vittima della menzogna più grossa, quella delle banche a causa delle quali ha perso tutto.
Fra loro l’incontro è una sorpresa come l’erba su un marciapiede: e anche questo è topos odierno. Diversi per storia, cultura, natura, i due provano qualcosa che somiglia all’amore se amore è (e lo è) motore del “divenire” di ciascuno nella direzione di se stesso.
Adelmo mette a fuoco la propria natura – l’inclinazione alla vita tranquilla («se non mi avessero licenziato sarei vissuto e sarei morto senza nemmeno accorgermene»), la trappola di una relazione che non fa per lui. Lise, dopo una vita ‘d’azzardo’, sembra sapere  tutto di se stessa («Il gioco è fatica e magia. Esattamente l’essenza di cui sono fatte le donne. Per questo siamo migliori dei maschi e rendiamo decente questo mondo»), ha speso i suoi anni «a fottere il prossimo e ora non ha crediti da riscuotere», il mondo non le deve nulla: perciò vuole morire, ma non uccidersi, perché «il suicidio è un atto estremo di verità».
E qui arriva il nodo della trama che non posso svelare e che porta al finale in una narrazione che ha ormai svelato le carte: siamo a teatro, il teatro dell’esistere, dove i drammi ci sono eccome e la favola non li può lenire. Succeda quel che deve succedere, tanto qualcosa resterà: l’amore, per cominciare, in quella forma che non ha  a che vedere né con la prevedibilità della passione né con la retorica dell’affetto, ma con la bellezza incomprensibile del fiore spuntato nel marciapiede. Effimero e insensato, ma capace di schiaffeggiarti con la sorpresa, e cambiarti per sempre.
Vien da pensare che stia tutto lì il senso: che ci sia dato, almeno, di incontrarlo una volta.