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Vite perdute nella roulette della crisi

Autore: Benedetto Vecchi
Testata: Il Manifesto
Data: 25 marzo 2014

Rimini, città entrata nell’immaginario col­let­tivo come luogo mitico della vacanza eco­no­mica e bona­ria­mente tra­sgres­siva, dove vitel­loni dalle misere esi­stenze cer­ca­vano di poter fare con­qui­ste galanti da evo­care spa­val­da­mente al bar nei lun­ghi inverni che segui­vano a quelle man­ciate di giorni pas­sati al sole. Non poteva che essere ambien­tato in que­sta città il nuovo romanzo di Mas­simo Car­lotto Il mondo non mi deve nulla (edi­zioni e/o, pp. 106, euro 9.50).

Già, per­ché la sto­ria che lo scrit­tore ita­liano rac­conta è una sto­ria a suo modo banale, ma tut­ta­via signi­fi­ca­tiva degli umori, delle ten­sioni, dei buchi neri che la «Grande crisi! ha pro­vo­cato nella società ita­liana, non rispar­miando nes­suno, nep­pure l’affluente Emilia-Romagna, con­si­de­rata l’esempio di un modello sociale dove la ricerca del pro­fitto con­vi­veva con il rispetto dei diritti sociali di cit­ta­di­nanza. Pro­ta­go­ni­sti sono Anselmo e Lise, un uomo e una donna alla derive di una vita che pro­met­te­vano poco e nulla ha loro concesso.

Anselmo è un ex-operaio, orgo­glioso del suo mestiere. Ha par­te­ci­pato anche alle lotte ope­raie per avere più sala­rio e meno sfrut­ta­mento. Ma attorno al mezzo secolo di età la sua fab­brica ha chiuso i bat­tenti. Fa lavo­retti, ma per met­tere insieme il pranzo e la cena fa il ladro di appar­ta­menti. Pic­coli furti per rag­gra­nel­lare un red­dito sem­pre al di sotto delle neces­sità. La sua com­pa­gna cerca, con super­dosi di livore e rab­bia, di far restare a galla la barca di un rap­porto sem­pre sull’orlo dello squal­lore. L’altra pro­ta­go­ni­sta, Lise, è tede­sca, una crou­pier da nave da cro­ciera. Ha messo da parte un buon gruz­zolo, che dovrebbe con­sen­tirle una vec­chiaia agiata. Ha scelto di vivere a Rimini per­ché è la città natale dell’amore della sua vita, che l’ha però sca­ri­cata senza nes­sun pre­av­viso. Abi­tare in quella pic­cola città marina ali­menta la sua spe­ranza di poterlo di nuovo incon­trare. La banca le ha con­si­gliato inve­sti­menti a rischio, ma sicuri. In realtà, una débâ­cle per le sue finanze. Tempo un anno è si ritro­verà ad essere povera, buona per qual­che ospi­zio, per­ché ha ormai sessant’anni.

L’incontro tra i due avviene quando Anselmo si intro­duce nell’appartamento della donna. E sarà pro­prio lei che gli chiede di ucci­derla. Meglio morire che una vec­chiaia in povertà, afferma. Il com­penso sarà una cifra non alta, ma tut­ta­via utile per far vivere l’uomo almeno cin­que, sei anni di vita digni­tosa. Le discus­sioni tra i due seguono sem­pre lo stesso cli­ché. Lisa accusa Anselmo di essere un fal­lito, ma che può riscat­tare il suo fal­li­mento ucci­den­dola. Anselmo respinge la pro­po­sta, ma è atti­rato da quella donna che alterna sedu­zione a arroganza.

Non è la prima volta che Mas­simo Car­lotto affronta il tema della crisi e dei virus letali che intro­duce nelle rela­zioni umane: risen­ti­mento, fru­stra­zione, senso di scon­fitta, sono il pane quo­ti­diano di chi è rele­gato ai mar­gini. Ogni volta Car­lotto aggiunge un tas­sello al mosaico che sta costruendo sulla società ita­liana. Que­sta volta lo sfondo è dun­que quell’Emilia Roma­gna che per decenni è stata con­si­de­rata un modello. Non è più così. Sol­tanto che ad essere spinti ai mar­gini è la mag­gio­ranza della popo­la­zione. Se mai la reto­rica del 99 per cento di poveri e l’1 per cento dei ric­chi ha avuto un senso, nelle pagine di que­sto romanzo acqui­sta un valore esem­pli­fi­ca­tivo di come va il mondo.

Lise afferma che il mondo non le deve nulla. Ha sem­pre diviso l’umanità in fal­liti e vin­centi. Lei ha pro­vato a diven­tare parte dell’1 per cento, ma ha fal­lito. Anselmo è il clas­sico maschio, ope­raio che cre­deva che il mondo potesse se non essere cam­biato, almeno addo­me­sti­cato. Nes­suno dei due, si pone il pro­blema del per­ché la realtà è diven­tata una fab­brica che pro­duce a ciclo con­ti­nuo scarti umani come loro. Una assenza di con­sa­pe­vo­lezza letale per i due pro­ta­go­ni­sti. Hanno infatti rinun­ciato a chie­dere al mondo qual­cosa. Una rinun­cia che ha un prezzo caro da pagare: la can­cel­la­zione di ogni dignità.

Romanzo amaro, ama­ris­simo que­sto di Car­lotto, che apre la fine­stra su una realtà tra­sfor­mata ormai in uno spet­ta­colo da sfrut­tare per far aumen­tare l’audience di talk show in crisi di cre­di­bi­lità. Dopo gli affari di cuore tra­sfor­mati in rissa da salotti, adesso anche la povertà val bene per qual­che punto di per­cen­tuale in più nello share dell’enter­tain­ment.