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Federico De Roberto, "La paura" nella Grande Guerra

Autore: Luigi Gavazzi
Testata: Panorama.it
Data: 26 marzo 2014

Federico De Roberto pubblicò su alcuni quotidiani, negli anni successivi la Grande Guerra, dei racconti sorprendentemente ricchi di forza e privi di retorica.
Sorprendentemente perché lo scrittore dei Viceré fu invece uno che sulla necessità di intervento nella Prima guerra mondiale si schierò apertamente, anche se su posizioni di "paternalismo illuminato".
I racconti di De Roberto con lucida espressività e ottimi risultati estetici riuscirono a "mostrare" la crudeltà del destino dei soldati mandati a morire e a uccidere nel nome di ideali e per cause che neppure conoscevano.
E/O, in quest'anno centenario dello scoppio del prima guerra mondiale, ne ha ristampati quattro nel volume, La paura e altri racconti della grande guerra, con l'introduzione di Antonio Di Grado.
La selezione è impreziosita soprattutto dal primo racconto, "La paura", che tratteggia in una vicenda di poche ore l'universo umano e della natura dispiegato nella "guerra bianca", quella del fronte nord, in alta montagna fra neve e rocce.
Un avamposto italiano, in un luogo del fronte "spaventoso, ma in compenso tranquillo", viene scosso, dopo il cambio di contingente nemico. I boemi che "l'avevno ditto, che non avressono sparato", vengo sostituiti da ungheresi.
Uno di questi, cecchino di rara precisione, comincia a bersagliare e uccidere gli italiani che a turno montano di guardia su una piazzola all'imbocco di un canalone particolarmente importante "poiché solamente di lì i nemici potevano tentare una sorpresa". E quindi "gli ordini portavano che quel passaggio fosse continuamente esplorato dall'alto, e precisamente dal punto già designato per la postazione d'una mitragliatrice alla quale si era poi dovuto rinunziare non essendo riuscito possibile mascherarla".

Aspettare il proprio turno di guardia sulla piazzola diventa una terribile attesa, piena di paura, di una morte quasi certa:
"ma se la morte è acquattata, vigile, pronta a balzare e a ghermire; se bisogna andarle incontro fissandola negli occhi, senza difesa, allora i capelli si drizzano, la gola si strozza, gli occhi si velano, le gambe si piegano, le vene si vuotano, tutte le fibre tremano, tutta la vita sfugge; allora il coraggio è lo sforzo sovrumano di vincere la paura; allora la volontà deve irrigidirsi, deve tendersi come una corda, come la corda del beccaio che trascina la vittima al macello".
Il racconto è un crescendo di angoscia e tensione, con al centro il ta-pum delle fucilate del cecchino e il conflitto interno al tenente Alfani, che comanda quel plotone, fra il dovere, sentito e forte, di obbedire ai comandi e la consapevolezza dell'assurdità della morte dei soldati che via via il turno spinge a far bersaglio per il cecchino. Il finale è uno scioglimento sorprendente.
De Roberto rappresenta in modo efficace anche la composizione di quell'esercito regio che fronteggiò gli austriaci per più di tre anni: i soldati infatti si esprimono in forme dialettali che in poche battute ci restituiscono quegli individui così distanti culturalmente e uniti da quel maledetto crogiolo che in modo perverso unì per qualche anno anche il Paese.
Anche gli altri tre racconti del volume di E/O - "Il rifugio", "La retata", "L'ultimo voto" - pur con registri diversi, ci porta magistralmente in quel mondo di trincee, comandi, prima linea, retrovia e imboscati, con personaggi tragici e grotteschi. Tre bei racconti anche se distanti dalla sublime forza de "La Paura".