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“Storia di chi fugge e di chi resta” di Elena Ferrante

Autore: Francesca D'Ambrosio
Testata: Flanerì
Data: 14 aprile 2014

In Storia del nuovo cognome avevamo lasciato Lila ed Elena sul principio della loro giovinezza. Le ritroviamo ora nel terzo romanzo del ciclo L’amica geniale, Storia di chi fugge e di chi resta (E/O, 2013), in attesa di un nuovo e forse ultimo volume. E se finora era stata Lila a catalizzare la scena con il suo magnetismo sfrontato, nel corso di queste pagine si assiste invece al riscatto della sua dolce e insicura amica. Così mentre la prima, perso ormai l’agiato attributo di “Signora Carracci”, si consuma in fabbrica per crescere il figlio ripudiata dalla famiglia e da tutto il rione, Elena, lasciata Napoli per terminare gli studi alla Normale di Pisa, si fidanza con Pietro, figlio di un noto professore universitario e pubblica il suo primo libro, anche grazie alle influenti amicizie della suocera. Poco dopo il matrimonio rimane incinta e si trasferisce col marito, che nel frattempo ha ottenuto una cattedra all’Università di Firenze. Per lei sembra iniziare una nuova vita, lontana da tutta quella miseria napoletana che negli anni le si era appiccicata addosso, lasciandole dentro un senso di inadeguatezza, di inferiorità, quasi come un marchio di fabbrica. Ma proprio quando le cose sembrano volgere in meglio, arrivano gli anni Settanta coi loro moti dissacranti, le proteste, i cartelli di femminismo e rivoluzione a cambiare tutto. All’università, il colto e mite Pietro comincia a esser osteggiato da colleghi e studenti perché non condivide le ragioni della loro protesta, mentre Elena ne rimane subito affascinata. Per lei che ha trascorso la vita a sgobbare sui libri per riscattare le sue umili origini, a sorridere a tutti mentre la vita era altrove, frequentare quel mondo significa farsi persona, saldarsi finalmente al presente: «Al cinema c’ero andata poco o niente. Non avevo mai comprato dischi, come mi sarebbe piaciuto. Non ero diventata fan di cantanti, non ero corsa ai concerti, non avevo collezionato autografi, non mi ero ubriacata, il poco sesso che avevo consumato l’avevo fatto a disagio, tra sotterfugi, impaurita. Quelle ragazze invece, chi più chi meno, dovevano essere cresciute con maggiore agio, e all’attuale muta di pelle erano arrivate più preparate di me. Così mentre le sue coetanee s’incarnano nel mito della donna liberata, lei rimane indietro, timida: avevo l’impressione che la buona lingua che avevo faticato ad acquisire fosse diventata inadeguata. Troppo curata, troppo pulita. Guarda come si è modificato il linguaggio di Mariarosa, pensavo, ha tagliato i ponti con la sua educazione, è sboccata. La sorella di Pietro si esprimeva, adesso, peggio di come ci esprimevamo io e Lila da ragazzine. […]. Lila non aveva mai cessato di parlare così; e io cosa dovevo fare, ridiventare come lei, tornare al punto di partenza? Perché allora mi ero sfiancata tanto?»
Tutto da rifare, dunque. Come il secondo libro che, dopo il successo del primo, fatica a venir fuori, sommerso dagli obblighi materni e dalla routine domestica. Frattanto, i rapporti con Lila si fanno sporadici: in effetti, in questo terzo romanzo, il suo personaggio retrocede e perde centralità, ma non certo fascino. La vedremo ancora combattere contro un sistema spietato al quale, non potendo fuggire come ha fatto l’amica, tenta di ancorarsi tenace, istintiva, a volte feroce. E se il Sessantotto di Elena passa per assemblee studentesche e riunioni femministe, quello di Lila si compie in fabbrica come sindacalista, contro le bassezze dei colleghi operai e l’arroganza del padrone, mentre la violenza di quegli anni esplode in una Napoli di sangue e miseria, là dove la camorra, sposando il fascismo, pianta ora la sua bandiera nera. Andarsene dunque, per non tornare più. E diventare finalmente, anche se non sai bene cosa. In ogni caso, fuori dal veleno di Napoli, dalla scia di Lila, da un marito troppo composto per farsi scompigliare dalla vita, convinto di doverti proteggere ad ogni costo dal morso velenoso dei tuoi desideri…
E se poi torna Nino, il tuo Nino, il grande amore rubatoti da Lila tanto tempo fa, allora tutto cambia: il libro finalmente viene fuori, più bello del primo e ti accorgi che dietro quella crosta di mitezza, nonostante tutto, ci sei ancora: «M’ero costruita fin da piccola un perfetto congegno autorepressivo. Non uno dei miei desideri veri era mai prevalso, avevo sempre trovato il modo per incanalare ogni smania. Ora basta, mi dicevo, che salti in aria tutto, io per prima». Alla fine il cielo di carta si squarcia. E allora si può ricominciare.