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Si facevano turchi per sete di libertà

Autore: Andrea Scanzi
Testata: La Stampa - Tuttolibri
Data: 12 luglio 2008

Avventura I «Cristiani di Allah» corsari del’500 scoperti da Carlotto.

Il Wu Ming l’ha chiamata «nuova epica italiana», sorta di fuga all’indietro per interpretare il presente, o molto più semplicemente desiderio di narrazione ampia, che rifugge il mero titillamento del proprio ego. Può stupire che di questo «filone» faccia ora (e momentaneamente) parte anche Massimo Carlotto, da sempre scrittore della contemporaneità e di un autobiografismo spietato, ma solo fino a un ceto punto. Con il suo nuovo romanzo Cristiani di Allah (Edizioni e/o, pp. 200, € 19,50) venduto con tanto di colonna sonora allegata (il cd è a cura di Maurizio Camardi e Mauro Palmas), Carlotto racconta la storia dei «rinnegati» che, sullo sfondo della Algeri del 1541, si «facevano turchi». Tra il 16esimo e il 18esimo secolo, centinaia di migliaia di cristiani abbracciarono l’Islam, diventando spesso corsari, per sete di ricchezza ma più ancora di libertà: una libertà anzitutto intellettuale.

I protagonisti del libro – divenuto anche spettacolo teatrale, Carlotto lo sta portando in giro per l’Italia – sono a tutti gli effetti una coppia di fatto omosessuale (al tempo tollerato dall’Islam), Redouane e Othmane, uno albanese e l’altro tedesco, un passato da lanzichenecchi e un presente da corsari. Algeri è il ritrovo di disperati e perseguitati, di schiavi e di rinnegati, di corsari e di fuggiaschi, braccati dall’esercito di Carlo V e dall’Inquisizione. Comunicano in una sorta di esperanto, il sabir. La suggestione di Carlotto è naturale: interpretare l’Islam di oggi attraverso l’eresia di ieri ( spesso non raccontata nei libri di storia). Perché quei cristiani preferirono il pericolo e l’abbandono della propria terra, il terribile e non solo metaforico attraversamento del mare, addirittura un nuovo Dio, in nome di una libertà più ideale che realizzata? Cristiani di Allah è l’ulteriore sterzata di uno scrittore sempre più desideroso di emanciparsi appieno dal lontano alter ego Alligatore, in grado di affabulare senza fronzoli e raccontare con una sorta di «rabbia sentimentale», vero trait d’union dei suoi poliedrici romanzi.