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Personalmente non credo nei finali

Autore: Veronica Fantini
Testata: Feedbooks
Data: 9 maggio 2014

Andrea D’Urso ci presenta Pino Silvestre, di professione gigolò: un’immersione nella vita di un uomo in cerca del nulla in un romanzo che invece lascia molto.

“Just a gigolò”, è stato presentato tra i finalisti al Premio Calvino nel 2013 con un altro titolo, “Nomi, cose e città”: cosa comporta per uno scrittore modificare il titolo della propria opera?
Con esso muta anche in qualche modo la percezione che egli ha del libro stesso?

La percezione cambia, l’essenza no. Il titolo originario era esemplificativo della struttura del libro, quello attuale è esemplificativo del personaggio.

Il protagonista del romanzo, anche in rapporto alla professione che svolge, cambia o adatta la personalità a seconda della cliente che ha di fronte. Questo non è un po’ ciò che uno scrittore, come anche gli attori, coglie l’occasione di fare ogni volta che si accinge a scrivere?

Per quanto concerne gli attori certamente, mentre riguardo gli scrittori è relativo: alcuni scrivono e plasmano, altri scrivono e basta.

Un’altra citazione dal libro per parlare ancora di scrittura: “Ma non esiste un’altra vita. Ne esiste solo una, sempre la stessa, la nostra, la stessa che a volte ti fa dire, ti fa scrivere, ti fa pensare, ti fa vedere un’altra vita.” Lo si potrebbe considerare il motivo che ancora ci spinge a dedicarci alla scrittura, alla lettura, al cinema?

Potrebbe essere un motivo, non certo l’unico.“Vedere un’altra vita” credo sia un fenomeno necessario e assolutamente vitale, se non salvifico, dentro la nostra stessa vita, purché la si veda con occhi che vedano e cerchino realmente.

“Mi ero messo in testa di fare lo scrittore, sapevo di avere qualcosa da raccontare, ma non sapevo di non saperlo fare.” Molte persone pensano che i loro scritti sfiorino il grottesco, di non poter
andare oltre a un livello amatoriale.
Ci vuole del coraggio a far leggere i propri scritti, lei come l’ha trovato?

Io l’ho trovato presto, non avevo ancora vent’anni, ma non credo fosse coraggio, direi più presunzione, narcisismo, incoscienza, nel senso più letterale e scarno del termine. Comunque,conosco più di una persona che non si decide a scrivere ( o a far leggere i suoi scritti) per una sorta di pudore, per la paura di essere giudicato, in primis da se stesso. Eppure sono convinto che scriverebbe bene se si decidesse a varcare il confine. Io non faccio testo ( a sedici anni già stavo lavorando ad una Divina Commedia rivisitata in chiave rock), ma la scrittura può essere una cosa particolarmente intima, seria e tormentata . Basti pensare a Kafka che sul punto di morte disse a Max Brod di bruciare tutti i suoi scritti.

Ci sono due cose che Pino, il protagonista, compie lungo tutto il corso della narrazione, viaggiare e farsi la doccia. Lasciare dietro di sé i problemi, mondarsi dai ricordi tristi, potrebbe essere questa l’interpretazione?

Viaggiare ha a che fare con il suo sguardo curioso, un rilassarsi tardivo e improvviso dopo una vita piuttosto dura e pressante. Uno spirito di finezza che si fa strada in lui, a suo modo, come se fosse stato tenuto sotto spirito per lungo tempo. La doccia invece è come uno
smacchiare, un togliersi i segni della vita, un riciclare il corpo e l’anima, che devono essere sempre pronti per una nuova avventura, una nuova sfida, una nuova cliente. I ricordi tristi non l’abbandonano mai, neanche in mezzo all’oceano e sotto al Monte Fuji, mentre con i problemi va decisamente meglio.

“A casa poi qualche volta sono tentato di aprire un libro o ascoltare della musica. Ma poi mi dico: un libro per capire cosa, se poi faccio la vita che faccio?” Secondo lei potrebbe essere questo il
pensiero dominante in Italia, nazione in cui le statistiche di lettura la dicono lunga sull’approccio dei suoi abitanti al mondo del libro?

Purtroppo temo che il pensiero dominante in Italia sia assai meno sfumato. Il mio protagonista si chiede soltanto: che senso ha leggere, imparare, capire, accogliere la bellezza, se poi tutto questo non mi porta a essere diverso. Il fatto è che lui è diverso, ma non lo sa. Non
c’è nulla di più facile che essere fermi e credere di camminare, lui invece cammina e crede di essere fermo.

Lungo la narrazione, nelle parole del protagonista, domina una sorta di pacatezza, di sicurezza di sé, ma appare chiaro, tuttavia, che si tratta di un meccanismo di difesa pronto ad incepparsi da un
momento all’altro. Il finale ha un ritmo più concitato, il protagonista pare finalmente sollevarsi dalla mediocrità in cui si relegato per poi ricadervi nuovamente: è una sorta di condanna definitiva o una svolta per lui è ancora possibile?

Personalmente non credo nei finali. Nei casi come questo quindi, la cosa più semplice e doverosa è lasciare un finale aperto. La svolta è possibile, perché l’altra vita Pino riesce a vederla, e non è poco. E’ un po’ come quando raggiungi una cima e hai di fronte l’altro versante. Sei salito, ora devi ridiscendere. Ma non è semplice neanche quello. Cosa mi manca? si chiede continuamente. E la risposta è sempre la stessa: nulla. Quella stessa parola con cui finisce ogni capitolo del libro.