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Intervista a Fabio Bartolomei, vincitore del Gran Premio delle Lettrici di ELLE

Autore: Cristina De Stefano
Testata: Elle
Data: 15 maggio 2014

Quasi un elogio dei rapporti affettivi, con una buona dose di ironia. Commovente e divertente, “We are family” è il Romanzo dell’anno secondo le nostre giurate. Proviamo a capirne il successo insieme all’autore.

Un narratore vero, di quelli piuttosto schivi,  che non amano parlare ma molto scrivere. Un passato a lavorare nella pubblicità, due romanzi (Giulia 1300 e altri miracoli, La banda degli invisibili , entrambi pubblicati da e/o) scritti all’alba prima di andare in ufficio, poi la scelta di vivere dei suoi libri e dei corsi di scrittura creativa che tiene a Roma.
Ritratto di una famiglia non come le altre, i Santamaria: padre che fa l’autista di autobus ma sostiene di essere astronauta, madre bella come Grace Kelly e famosa per le ciambelle, due figli, Vittoria, la maggiore, e Al, il più piccolo, un bambino che non sta fermo un istante e parla con un amico immaginario. Quando i genitori, partiti per un viaggio di nozze in ritardo, non tornano a casa e danno notizie ogni tanto con una cartolina, i due figli rimasti soli creano un mondo a parte dove sopravvivere - il Principato Santamaria indipendente, con moneta, inno e bandiera - e diventano grandi a modo loro, come due piantine selvatiche, e riescono a essere una famiglia fino alla fine. Molti sorrisi, molte cose serie, un romanzo delicato che fa riflettere. Ne abbiamo parlato con il suo autore.

Come è nato questo libro?

 «Mi ero affezionato agli ottantenni della Banda degli invisibili. Avrei voluto scrivere un altro romanzo sugli anziani poi mi sono detto che certe fragilità e certe ingenuità avrei potuto raccontarle anche mettendomi nei panni di un bambino. E così è nato Al Santamaria. Inizialmente volevo limitare il racconto ai suoi primi anni di vita, ma nel corso della stesura il romanzo si è trasformato in un’epopea familiare dagli anni Settanta fino ai giorni nostri. Fortunatamente i romanzi se ne fregano dei progetti iniziali degli scrittori e si muovono in autonomia».

I suoi libri hanno sempre una forte carica di umorismo. Il sorriso è importante nella sua vita?

«Importantissimo. È il modo migliore per affrontare la vita. Non sopporto le persone che, per prendere le cose sul serio, si sentono obbligate a tenere il grugno. Naturalmente, capita anche a me di svegliarmi di cattivo umore, ma in quei casi evito di contaminare il mondo e me ne sto a casa».

Il titolo è quasi un manifesto. Cos’è per lei la famiglia?

 «La biologia c’entra poco. La famiglia più bella che conosco è composta da un gruppo di amiche che si vogliono bene, si sostengono e si sopportano da quarant’anni. La famiglia è fatta di legami invisibili, di complicità, di dedizione. È lo strumento migliore per impedirci di concentrare tutte le attenzioni su noi stessi, che è la forma di autodistruzione più subdola ed efficace. Nello spirito di We are family,  aggiungo che la famiglia è una fortezza senza mura di cinta, è il punto di ripartenza».

Quando ha capito che era uno scrittore?

«Quando me lo ha detto Eva Ferri, figlia dei fondatori della casa editrice e/o, che ha notato il mio primo manoscritto in mezzo a un migliaio di altri. Quando me lo hanno ripetuto i genitori Sandra e Sandro Ferri. Quando me lo ha ribadito il mio editor, Claudio Ceciarelli. Quando me lo ha spiegato a brutto muso - ma lui fa tutto a brutto muso - il mio libraio, Marco Guerra. Insomma, c’è voluto un po’».

Il suo libro ha vinto questa edizione del Gran Premio: che effetto le fa?

«I premi danno molta soddisfazione e l’idea di averla spuntata su 23 romanzi è un’esplicita autorizzazione a vantarsi indecorosamente. Fortunatamente ho amici in gamba, ottimi battutieri, denigratori professionisti. Festeggeremo insieme e mi riporteranno coi piedi per terra».

Progetti futuri?

«La consegna del mio quarto romanzo e un trasloco. Poi sto progettando di non fare programmi per sei mesi».