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Le inutili vergogne: conversazione con Eduardo Savarese

Testata: diLetti e riLetti
Data: 19 maggio 2014

Magistrato, scrittore e melomane (lui stesso si definisce così), Eduardo Savarese è da pochi giorni in libreria con il suo secondo romanzo, Le inutili vergogne, edito all’interno della collezione Sabot/age di Edizioni E/O.

Religione e omosessualità ma non solo, una storia che parla di silenzi, del corpo, di rimpianti, rimorsi e rivelazioni. Ci siamo incontrati al tavolino d’un bar e abbiamo conversato dei suoi romanzi e di molto altro, l’emozione per una presentazione in casa, alla Feltrinelli di Napoli, era tanta. Ed è così che dopo averne apprezzato le pagine ho potuto apprezzarne anche la vivace intelligenza e la gentilezza spontanea (è pure un gran bel ragazzo, il che non guasta).

 
Eduardo, tu sei un magistrato, un professionista affermato, come ti sei avvicinato alla letteratura?

Non mi sono mai allontanato dalla letteratura, anche se ho condotto studi diversi. La scrittura è il mio modo di esprimere la mia creatività. Forse avrei potuto comporre musica, se l’avessi studiata. Le parole sono il mio strumento.


Da un lato un mondo quadrato, dall’altro un mondo creativo: come li concili?

Per poterli conciliare è necessaria molta disciplina. Svolgo il lavoro di magistrato principalmente a casa: non avendo orario d’ufficio, posso scrivere una sentenza al mattino e dedicarmi ad altro la sera. Esiste anche un controcanto negativo, la necessità di grande autocontrollo che forse finisci per importi.

 
Credi che la scelta di dedicarti al diritto internazionale, materia con confini più labili delle altre, derivi da questo tuoi diversi lati?

Sicuramente. Il diritto internazionale non è racchiuso in un codice e ti consente di andare dove vuoi. Ma io non sono in due modi, o forse sì, solo che questa parte quadrata di cui parlavi non so se sia una parte di me o se invece io me la sia imposta e se la lascerò da parte. Questo è un momento di scelte, anche se non so dove mi porteranno.
 

Ti piacerebbe quindi vivere solo di scrittura?

Mi piacerebbe, sì. In realtà mi piacerebbe potermi mantenere con il solo lavoro intellettuale, magari con l’insegnamento. Ho preso da poco l’abilitazione.

 
Sei al tuo secondo libro con la collana Sabot/age; sai che richiedendolo in alcune librerie mi hanno indirizzata al settore gialli?

Questo non mi è mai capitato, Sabot/age non è una collana di genere, anche se questo è un momento di grande successo per i gialli e il noir. Certo, alcune associazioni mentali sono facili, ma man mano il progetto si sta chiarendo. Come denominatore comune io parlerei solo di sincerità, non di un genere: una letteratura che cerca l’autenticità.

 
Parleresti invece del tuo come di un libro omosessuale, esiste la categoria?

Mi è capitato, a Bologna, di trovare il mio libro nella sezione letteratura omosessuale, ma appartenere alla collana Sabot/age ha evitato questa categorizzazione. Si tratta non di una categoria a sé stante, ma di una categoria descrittiva, questo sì. Non credo di scrivere letteratura omosessuale, non si tratta di un fine ma di una condizione dell’esistenza.


Il tuo primo libro Non passare per il sangue prima si chiamava L’amore assente, hai scelto tu di cambiare il titolo? E, viste le tante interpretazioni date, mi diresti la tua?

Sì, la scelta di cambiare il titolo è stata mia, Non passare per il sangue lascia aperte molte possibilità. Non tutte le relazioni sono soggette al passaggio per la fecondità, alla trasmissione genetica, volevo dire questo, ma il titolo è aperto, con un verbo all’infinito che consente di trovarci vari significati.


Nel primo l’amore non si compie per via d’un lutto, nel secondo tutti gli amori sono incompiuti: come mai non hai inserito nemmeno un esempio di amore felice?

Sì, sono amori incompleti, non consumati. Volevo lavorare proprio su questo, sugli amori infelici, in cui vi sia la componente del rimpianto, del ricordo e della sua rimozione, sull’amore che consuma. Marcello è una vittima e anche Benedetto lo è. Ci tengo molto al personaggio del capro espiatorio. L’amore dopotutto è sempre uno spreco: quando ami dai, dai tutto, non pensi mai a ciò che ne riceverai in cambio, al ritorno che otterrai.

 
Allo stesso tempo però fai dire a Gilda che l’amore, in special modo quello per Dio e la fede stessa, non dovrebbero essere una rinuncia.

Per Gilda la fede è amore inteso in senso universale. La rinuncia ha un valore altissimo, ma non deve essere frutto della paura, Dio non chiede questo, anzi, secondo me disprezza questo genere di sacrificio. Un vera rinuncia si ha solo quando hai la libertà profonda di dire no, deve essere una scelta interiore, non una regola. Pensa ad un asceta che va nel deserto e rinuncia al sesso: questa privazione è bellissima perché è il risultato di una sua scelta interiore, perché in questo modo ha trovato una forma di amore così alta verso Dio. Per fare ciò bisogna imparare ad amare, anche se stessi. Parafrasando Democrito, che sto studiando in questo periodo, si tratta di un viaggio in profondità, e lì, secondo me, ci sei tu e Dio.


La religione e la fede sono elementi portanti del romanzo. Credi sia un controsenso per un omosessuale essere credente rispetto ad una struttura che lo respinge? E come mai hai scelto di affidare la postfazione ad un prete?

Io sono sempre stato credente, e ho voluto raccontare la sofferenza dell’omosessuale credente. All’interno del libro ci sono due preti, ambedue omosessuali, ma molto diversi l’uno dall’altro, uno manipolatore, l’altro -padre Vittorio- invece è un esempio positivo che cerca di scuotere Benedetto. In ogni caso ho voluto raccontare il dolore derivante dall’appartenenza a una struttura che nega la loro natura.  L’incontro con padre Paolo Gamberini (che ha scritto la postfazione), il mio direttore spirituale, è stato molto importante per me. Questo è un momento di ripensamento in generale di tutta la morale sessuale, che è da rifondare, e non parlo solo di omosessualità, ma di anticoncezionali, aborto, eccetera. C’è un fermento che parte dal basso, da coloro che sono costantemente a contatto con la complessità di queste realtà.
 

A questo propositio, come mai per Benedetto scegli che la rivelazione avvenga proprio in chiesa e in abito da sposa?

Da un lato perché agli omosessuali il matrimonio è negato; dall’altro questa trasformazione arriva con un’esplosione di ricerca massima di femminilità; allo stesso modo Benedetto usa il rossetto in una fuga verso la femminilità.


Mi ha colpita nella lettura il fatto che a differenza di altri scrittori napoletani non usi quasi mai il dialetto né fai ricorso alla figura del femminiello cara all’immaginario napoletano.

Non uso il dialetto solo perché non lo conosco bene, lo amo e si tratta in realtà di una vera e propria lingua, una lingua bellissima, ma non ho abbastanza padronanza per servirmene. Il femminiello invece appartiene a un immaginario che ha a che fare con il mio, ma è diverso, ulteriore. Ho tratto invece grande ispirazione da Mater natura, di Massimo Andrei, e da Scende giù per Toledo.


Ci sono molte scene di sesso esplicite nel libro ma che non disturbano mai, come ci sei riuscito?

Ne sono contento, io semplicemente non mi volevo compiacere, volevo parlare del corpo e quindi dell’atto sessuale. Mi interessava parlarne in questo senso, appunto come espressione del corpo stesso, senza morbosità.

 
A proposito di questo, hai sentito le polemiche sul brano del libro della Mazzucco? Che ne pensi? E cos’è un maschio selvaggio?

Avevo letto il libro, e quindi il brano, credo che i professori siano stati coraggiosi, ma mi irrita che poi ci si scandalizzi di fronte alla reazione. Questa è incapacità di affrontare una reazione, una negazione della realtà; per questo bisogna “armarsi” in modo intelligente. Il maschio selvaggio fa parte di un immaginario altro, che Benedetto stesso cerca (l’umiliante), ma esiste davvero solo nei film pornografici.

E se il brano in questione fosse stato tratto da un tuo libro?

Mi sarebbe piaciuto confrontarmi con quelli che si sono opposti, in maniere differenti e non sempre violente. Non erano solo esaltati, ma persone diverse, giornalisti, con cui sarei stato curioso di parlare.

Si dice che uno scrittore, dopo la pubblicazione, vorrebbe cambiare i suoi libri, tu invece?

No, io no, e non perché siano perfetti; semplicemente li lascio andare.

Che lettore sei? E quali libri hanno avuto influenza su di te?

Selettivo. Avendo poco tempo, leggo soprattutto ciò che mi interessa e mi serve, e solo se mi resta tempo leggo altro. Gli autori che hanno più influito su di me credo siano Buzzati, Flaiano, Arpino, i racconti degli anni 60-70 in cui è presente una visione della realtà che disturba, ma anche Patroni Griffi, Tolstoj e tutta la letteratura russa. Leggo anche la Mazzucco, Pascale, adesso sto leggendo Pecoraro con La vita in tempo di pace, un romanzo difficile: magari non capisco tutto, ma amo le letture difficili.

Com’è vivere a Napoli per te come magistrato, omosessuale, scrittore?

Lo sto capendo ora, anche se ci sono sempre stato bene: è in evoluzione, ma non da ora. Napoli è una città che non è mai stata ferma, c’è una assoluta disponibilità alla comprensione. La summa delle mie esperienze in questa città è assolutamente positiva.


Com’è stata l’esperienza al Salone del libro di Torino?

Sicuramente un’esperienza positiva, avevo un forte cordone affettivo attorno, e il pubblico era attento. La presentazione è stata molto intensa, i presenti erano diversi, omosessuali ed etero, credenti e non, si è parlato di tutto, di argomenti diversi partendo dalla trama, ma andando oltre la stessa.


Come mai hai inserito l’episodio dello specchio?

Si tratta di un fatto realmente accaduto, e da quando ne ho sentito parlare la prima volta ho sentito di doverne scrivere.


Il titolo, Le inutili vergogne, non si riferisce solo al senso di colpa.

No, infatti non è solo questo il senso, ma è molto più ampio; il senso di colpa c’è, ma anche la paura, la fatica di svelarsi, è tutto ciò che si oppone alla nostra libertà. Talvolta le vergogne sono utili, ma raramente; molto più spesso sono inutili.
 
Puoi anticipare qualcosa sul prossimo libro?

Posso dire che parlerà di fisica e malattia.

 
Piccolo avvertimento, le domande che seguono svelano alcuni nodi del libro, per cui chi non lo avesse letto può fermarsi qui e correre a comprarlo.

 

 

È stato difficile non indulgere al lieto fine?

Che non abbia fatto morire Benedetto per me è già un lieto fine. C’è la riconciliazione, il perdono per i personaggi tra loro e con se stessi: ecco, questo è un lieto fine. Il finale del libro lascia intravedere una strada piena di possibilità. Credo nel principio di indeterminazione.

Cosa hai a cuore che si capisca di uno dei tuoi personaggi?

Vorrei che si capisse che Nunziatina conduce alla salvezza e che alla salvezza spesso si è condotti da coloro da cui non te lo aspetteresti mai. Nunziatina è un personaggio che si è liberato, magari non da solo: prova sofferenza, ma non si vergogna più. Benedetto invece ha solo compiuto il suo primo passo.