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I selfie di un gigolò [recensione di Just a gigolò di Andrea D'Urso]

Autore: Marco Inachis
Testata: Direfarelamore
Data: 18 maggio 2014

C’è quel gioco che tutti abbiamo fatto da ragazzi: nomi, cose, città. Ecco, Just a gigolò, di Andrea D’Urso (edizioni e/o) mi ha fatto pensare a quel gioco. Un po’ perché lo fa anche Pino, il protagonista (tipico nome da gigolò, Pino) con la sorella, un po’ perché il romanzo è costruito così, come dei selfie che poco a poco raccontano una storia. E la storia non è solo quella di Pino, ex atleta riconvertito alla prostituzione di medio bordo, nemmeno solo quella delle donne che incrocia, delle città che visita (dopo il lavoro si concede infatti sempre un po’ di ritemprante turismo), delle cose che fanno la sua vita (dal profumo alla palestra allo specchio).

I selfie, gli incontri, le case, i pensieri, i flashback sulla sua storia, le città di cui abbiamo già detto, alla fine compongono un ritratto, che è quello di un uomo disincantato che riesce a separare mente-cuore-pisello, che si dà fino in fondo senza però mai darsi. Pino è un personaggio moderno che interpreta perfettamente lo spirito dei tempi: le possibilità di avere una vita sfarzosa senza (apparente) sforzo, gli incontri che durano lo spazio di una notte (due ore o una notte, la sua tariffa è la stessa), la totale solitudine che a volte fa problema altre volte è ben comoda. L’idea stessa di libertà in accezione post-moderna. Pino è – ovvio – ciascuno di noi: a partire da quel nome che ci mancava solo fosse “Mario”, fino alla normale quotidianità che invade anche al sua (apparentemente) straordinaria vita. Forse non tutti veniamo pagati per fare sesso, d’accordo. Tutti però sperimentiamo le dinamiche che D’Urso, con una scrittura fatta a mano e con cura (che infatti gli ha meritato la candidatura al premio Calvino), sa raccontare molto bene.

Una parola sulle clienti, per me tra i selfie più riusciti di questo libro: donne normali, belle anche quando sono brutte e bruttine anche quando strafighe, delle quali intravvedi solo uno spicchio di esistenza, ne afferri le motivazioni ma senza comprenderle fino in fondo. Donne ricche, a volte; donne che hanno fatto economie per pagarsi una notte di sesso ben fatta; donne con troppa fantasia e poco tempo; donne con troppo tempo e poca fantasia. Un merito di D’Urso è di aver scritto un libro su un tema colmo di stereotipi senza averne usato nessuno (o se l’ha fatto, l’ha fatto bene, con ironia). Un romanzo dove la psicologia prevale sulla sessuologia.

Ora, un’ultima parola. Non so se ci sia una morale nel romanzo, spero di no; spero sempre di no quando leggo un romanzo. C’è però una verità (cerco sempre una verità quando leggo un romanzo): non ostante i muri di cui ci circondiamo per proteggerci («Abbiamo tutti le nostre difese… Da cui non sappiamo come proteggerci», dice Pino), non ostante la brevità di incontri tra sconosciuti, c’è sempre un qualcosa che ci si dà e un qualcosa che ci si dice. Si lasciano tracce, indizi, piccoli regali volontari o meno. Anche nella solitudine si costruisce una storia, anche coi selfie si fa un racconto.

Cose, insomma. O anche nomi. O anche città.