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Gérard Philippe: sovversivo suo malgrado

Autore: Irene Bignardi
Testata: Il Venerdì di Repubblica
Data: 23 maggio 2014

Le leggende si creano più facilmente attorno a quelli che se ne vanno giovani, da Valentino a James Dean e Marilyn.

E si creano in maniera più discreta e autentica lontano da Hollywood. E dunque si può leggere Breve come un sospiro, di Anne Philipe (edizioni e/o, pp. 123, euro 12), come un manuale di sopravvivenza nel dolore della perdita dell’uomo amato. O come testimonianza di un altro tempo, di un’altra cultura, quella in cui un personaggio pubblico aveva diritto alla privacy, poteva ammalarsi e andarsene, senza i fragori delle rotative, poteva essere oggetto di amore pubblico e di culto senza volgarità.
Breve come un sospiro è il diario, la cronaca, il ricordo che Anne, la moglie e poi, ahimè, vedova di Gèrard Philipe, ha messo in forma di lettera dal novembre 1959, quando Gèrard Philipe, il più grande attore francese della sua generazione, morì, a soli 37 anni. Chi avesse un po’ di dimestichezza con il cinema di qualità di quei tempi ricorderà il fascino sconvolgente e il messaggio eversivo lanciato da un film che pure apparteneva, nelle drastiche divisioni di allora, al deprecabile cinéma de papa. E cioè Le diable au Corps di Autant-Lara, versione cinematografica dell’esile (per dimensioni) e intenso romanzo di Raymond Radiguet: dove sensualità, amore, adulterio, patriottismo, costituivano per l’epoca una miscela esplosiva ai danni del ben pensare contemporaneo. L’adolescente tentatore della bella Micheline Presle, la moglie del soldato, era lui, Gérard, che avrebbe impresso il suo charme di «angelo che si sforzava di diventare uomo » a tanto cinema di quegli anni, senza mai sfiorare perà la contemporanea e nascente Nouvelle Vague (a meno di considerarne un autore il Roger Vadim di Les Liaison Dangereuses). Come sarebbe stato Gèrard Philipe alle prese con la Nouvelle Vague? Allo scontro con Belmondo o con Jean–Pierre Léaud? Philipe restò sempre se stesso, in scena e sullo schermo, elegante, sorridente, con il distacco stendhaliano che ha messo nei suoi personaggi di La certosa di Parma e di Il rosso e il nero. Bellissimo a teatro (l’ho visto nel Cid). Rimpianto, come si vede dai tanti visitatori che ancora vanno a visitare la sua tomba in Provenza, accanto alla sua Anne).