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Carne e puzza di bruciato

Autore: Elisabetta Rasy
Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 1 giugno 2014

Nel suo secondo romanzo, Le inutili vergogne, Eduardo Savarese, trentacinquenne magistrato e scrittore napoletano, mette molta carne al fuoco, più o meno alla lettera. La carne infatti domina la scena fin dalle pagine iniziali del libro, dove incontriamo il protagonista Benedetto prima impegnato in uno sbrigativo e brutale incontro sessuale con un partner reperito via internet, poi nelle sue mansioni di medico ginecologo volontario in un centro ideato dall'amico sacerdote don Vittorio per proteggere le donne a rischio, tra cui Nunziatina, un travestito che si dichiara in piena gravidanza e che cerca l'aiuto del giovane dottore. A rischio però sono tutti i personaggi della storia, che subito si organizza in uno strano e accattivante ibrido narrativo a metà tra la sceneggiata e il racconto morale. Perché, appunto, accanto alla carne c'è il fuoco, le fiamme dell'inferno dove tutta quella disordinata carnalità teme di bruciarsi perché confonde l'amore con il piacere del corpo. Ma si tratta questo l'interrogativo del romanzo di una confusione oggettiva, di un vero male, o di una nefasta illusione soggettiva, di colpe vere o di inutili vergogne?

Benché questo romanzo, meritoriamente, non abbia niente di cronachistico e non sia costruito a ridosso delle battaglie per il riconoscimento di diritti, matrimonio gay e legge sull'omofobia, pure affronta un tema di attualità, e sempre più ribollente: la posizione degli omosessuali in seno alla chiesa. Non solo in seno alla chiesa terrena -non solo quindi come problema di legittimazione ma in seno alla «ecclesia», alla comunità cristiana della fede, dove non è in gioco una questione di diritto ma di riconoscimento, e soprattutto dove non si tratta di legge dello stato ma di legge divina. Savarese in Le inutili vergogne si propone di affrontare questo tema esplicitamente, anzi spudoratamente, senza niente nascondere delle tortuosità del suo protagonista: il giovane medico omosessuale, che frequenta non solo la chiesa ma anche il sacramento della confessione e riconciliazione, pratica un sesso occasionale e compulsivo, è un feticista che si spalma il rossetto sulle labbra mentre si mette in adorazione della sua collezione di Barbie, concupisce il fidanzato di sua nipote, infine, pur disprezzandolo, ha un rapporto con il trans Nunziatina. Ma la sua vera colpa, che gli sarà svelata dal coraggioso e anticonformista prete Vittorio e dalla stessa Nunziatina, è un'altra: l'ipocrisia, l'incapacità di amare, l'impossibilità di accettare fino in fondo se stesso e il suo prossimo. Questo è ciò che sta a cuore a Savarese e che nella postfazione di Padre Paolo Gamberini viene enunciato chiaramente: la vita è fragile argilla «plasmata dagli avvenimenti che 'l'attraversano; incisa profondamente dalle relazioni che la modellano; stravolta e trasformata da sfuggevoli sguardi di amore». È «formitas» e «de-formitas», ma in ogni «de-formitas» può comparire la «dei-formitas». Il peccato di Benedetto, ciò che ne fa un maledetto, è la sua conformistica vergognosità, non la carne, che con i suoi trionfi e le sue cadute, può invece essere salvifica.

Seguendo questa strada il romanzo del giovane autore napoletano si trasforma quasi in dramma sacro, tanto che a un certo punto compare una creatura derelitta e umiliata che sembra portare la croce per tutti i personaggi della storia, così come compaiono immagini mistiche la sindone, il calice evocate da un vecchio diario di una persona di famiglia e dai chiaroscuri dello specchio posto di fronte al letto del protagonista. Non tutte le situazioni e le figure, forse troppe, sono convincenti, non tutto torna in questo racconto dove a volte la favola morale, con un eccesso di simboli e metafore, prende il sopravvento sulla narrazione, ma Le inutili vergogne tratta con vigore e con originalità il suo tema e ha il merito di uscire da certe convenzioni della nostra epoca, dove ogni problema e ogni spinosità sembrano appiattirsi, anche in letteratura, in una elementare logica rivendicativa. Soprattutto ha il merito di parlare del sesso non come oggetto di diritto o di consumo, ma come qualcosa di individualmente complesso, che in questo caso vuol dire qualcosa di semplicemente umano.