Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Perdizione e salvezza nel mondo angosciante delle «inutili vergogne»

Autore: Francesco Durante
Testata: Corriere del Mezzogiorno
Data: 1 giugno 2014

La vita di Benedetto de Notaris, ginecologo napoletano di mezza età ricco e sofisticato, va avanti nella gestione di un non semplice equilibrio tra rituali di rispettabilità sociale e incontrollabili, disperate pulsioni che lo spingono a incontri sessuali occasionali. Benedetto,che da piccolo veniva definito «Un bambino molto sensibile», e che, cresciuto, aveva conosciuto l'amore di una donna ma non aveva saputo reggerne il peso, è gay, e lo è in un ambiente che, malgrado tutto, non sa ancora veramente accettare questa semplice realtà. Si preferisce pensarlo come un solitario e un eccentrico, lui e la sua strabiliante collezione di rarissime bambole Barbie ben ordinata dietro le vetrine di un'apposita sala della spettacolare magione napoletana in cui abita.
Nella quotidianità di Benedetto, però, a un certo punto fa irruzione qualcosa di nuovo e imprevisto. Uno specchio prende a rimandargli strane immagini che non si sa da dove vengano. È in buona sostanza, qualcosa di miracoloso, qualcosa che ha a che fare con il sacro. Qμalcosa che sembra in singolare attrito con le vicende quotidiane di Benedetto-per esempio col suo rapporto con Nunziatina, una trans convinta di essere incinta e di cui sente il bisogno di parlare con un prete.
Eduardo Savarese, dopo il promettente esordio di Non passare per il sangue, costruisce un romanzo più complesso e ambizioso, confermandosi narratore di grandi mezzi, capace di sostenere le atmosfere con la forza delle trame, e di andare profondamente al cuore dei suoi personaggi con finissima sensibilità. Qui, ciò che forse più colpisce è questo enigmatico incontro di sacro e profano, contrappuntato dalle pagine (in corsivo) di un diario anni Settanta della zia di Benedetto, Gilda, anch'essa alle prese con una deriva insieme mistica e carnale, dove il segno della trascendenza risulta più evidente proprio nelle creature che come lei, adultera, «sfuggono alla norma» e sono dunque capaci di rinnovare «nella propria carne l'amore di Cristo».
Particolare curioso: correda il romanzo la postfazione di un gesuita, il padre Paolo Gamberini, il quale, tra l'altro, cita le parole di Agostino al cospetto del crocifisso: «Sulla croce pendeva deforme, ma la sua deformità è la nostra bellezza». Direi che anche questo contributo serve a chiarire il modo, problematico fino all'angoscia, con cui Savarese si è posto il tema della «diversità» e, come da titolo, de Le inutili vergogne che ne derivano. È, se si vuole, un modo per sottrarre un'intera materia all'oppressione della banalità aneddotica o, peggio, grottesca; anche se è singolare, e forse sintomatico, il fatto che quasi omeopaticamente si avverta la necessità di una riflessione morale per prevenire tentazioni moralistiche. Benedetto, del resto, sa anche porsi domande che sarebbero piaciute al marchese de Sade per la luminescente razionalità che le vena, come quando si chiede: «Lo spreco del suo corpo cosa conterà mai nella composizione sterminata delle galassie?».
Quel che, più ci interessa, infine, è il romanzo in sé: certe aporie, certe ambiguità sul piano puramente «filosofico» (per un uomo come il cinquantenne Benedetto, i sensi di colpa rispetto alla propria omosessualità sono tragicamente comprensibili) non ne pregiudicano la qualità, che anzi ne risulta ribattuta, più vividamente sfaccettata, grazie anche a una scrittura che non di rado ha momenti - sia sul registro «alto», sia su quello «basso» - di grande felicità.