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SCONTRO DI CIVILTÀ PER UN ASCENSORE A PIAZZA VITTORIO - Amara Lakhous

Testata: La lettrice rampante
Data: 4 giugno 2014

Non mi sono mai piaciuti gli ascensori. Cerco sempre di non prenderli, se i piani da fare non sono più di cinque o sei. Credo che questa mia avversione nei loro confronti derivi dal fatto che soffro terribilmente di vertigini, quindi ogni volta che mi ritrovo lì dentro, immagino di essere sospesa nel vuoto, oppure, più catastroficamente, che l'ascensore si blocchi e caschi giù. Quando sono sull'ascensore con degli estranei, poi, è anche peggio, perché inizio a immaginare che mi spiaccicherò al suolo insieme a uno sconosciuto, a cui magari viene una crisi di panico più forte della mia e mi tocca pure consolarlo, prima di morire.  Sì, insomma, gli ascensori non mi piacciono.

Anche perché, se ci pensate bene, sono un posto perfetto per compiere i più terribili misfatti: farci la pipì dentro, riempire le pareti di disegnini osceni e, perché no, ammazzare qualcuno! Proprio come succede in questo romanzo di Amara Lakhous.

Un inquilino di un palazzo in piazza Vittorio, conosciuto da tutti con il nome di Il gladiatore viene trovato riverso in una pozza di sangue proprio all'interno dell'ascensore. Quell'ascensore che sta dando tanti problemi alla portinaia, che vorrebbe che nessuno ci salisse o ci facesse salire il proprio cane, che nessuno ci facesse bisognini dentro o disegnasse sui muri immagini oscene. Eppure, sembra proprio che nel palazzo tutti le diano contro e vogliano vederla impazzire. L'unico a rispettare la donna è Amedeo, un extracomunitario che tutti credono essere italiano, per il suo accento e per i suoi modi, che ha imparato la lingua in fretta e cerca di aiutare il più possibile chiunque ne abbia bisogno. Peccato che Amedeo sia sparito senza lasciare traccia, proprio nel momento in cui è stato ritrovato il cadavere, segno inequivocabile della sua colpevolezza. 

Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio è un romanzo corale, raccontato a più voci dai vari personaggi che entrano in contatto con Amedeo e da Amedeo stesso, che sfrutta il genere giallo per offrire uno spaccato sulla società contemporanea. Quale luogo migliore di un condominio, abitato da italiani e da stranieri, da gente del nord e gente del sud, da laureati e da persone con un livello di istruzione più basso, da persone oneste e da piccoli criminali, per descrivere al meglio le contraddizioni del mondo in cui viviamo, fatto ancora di razzismo, di luoghi comuni, di semplicità e ignoranza?

Ho apprezzato molto lo stile di Amara Lakhous, che mescola serietà e ironia, comicità e tragedia. E molto azzeccata, almeno per me, è stata la scelta di affidare la narrazione a più persone, per offrire punti di vista diversi di una stessa piccola realtà, con il pensiero di Amedeo a dire la sua su ognuno di essi.

E' un libro molto piacevole e molto divertente, anche se forse dalla lettura un po' troppo veloce. Si arriva alla fine quasi senza rendersene conto, talmente è coinvolgente (ok, e anche un po' breve) e, una volta chiuso, si sente la mancanza dei vari personaggi, di un maggiore approfondimento di alcune delle loro storie, da cui ci sarebbe davvero tanto da imparare. Rimangono alcuni interrogativi, che sarebbe bello avessero una risposta.

In ogni caso, è una lettura che consiglio vivamente, perché può insegnare molto. Già solo a partire di questa così semplice eppure così vera citazione:

"Questa mattina Iqbal mi ha chiesto se conoscevo la differenza tra il tollerante e il razzista. Gli ho risposto che il razzista è in contrasto con gli altri perché non li crede al suo livello, mentre il tollerante tratta gli altri con rispetto. A quel punto si è avvicinato a me, per non farsi sentire da nessuno come se stesse per svelare un segreto, e mi ha sussurrato: «il razzista non sorride!».Ho pensato tutto il giorno al razzista che si riufuta di sorridere e mi sono reso conto che Iqbal ha fatto un'importante scoperta. Il problema del razzista non è con gli altri ma con se stesso. Direi di più: non sorride al prossimo perché non sa sorridere a se stesso. E' proprio giusto quel proverbio arabo che dice "Chi non ha non dà"Comunque, sugli ascensori finché mi sarà possibile continuerò a non salirci.