Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Il detective Rocco Liguori nell'inferno bosniaco

Autore: Michele De Feudis
Testata: Il Corriere del Mezzogiorno
Data: 13 aprile 2014

«Lei dovrebbe leggere Il ponte sulla Drina», mi disse a sorpresa. «Parla di conflitti remoti, ma è stato scritto durante la Seconda guerra mondiale. Dimostra che ogni epoca è uguale a quelle che l’hanno preceduta». Roberto Riccardi, ispirato anche dagli scritti di Ivo Andric, si muove nella mappa delle guerre balcaniche degli anni Novanta agilmente, maneggiando con sapienza il cocktail esplosivo della violenza etnica tra i popoli dell’ex Jugoslavia. Nato a Bari nel 1966, scrittore noir già vincitore del premio Biblioteche di Roma e tra i 27 finalisti dell’ultimo Premio Strega (ma escluso venerdì scorso alla prima selezione che ne ha lasciati in campo solo 12), è colonnello dell’Arma e direttore del mensile Il Carabiniere: lo scenario slavo lo ha conosciuto sul campo.

In Venga pure la fine narra una nuova avventura del detective Rocco Liguori, al centro di una complessa operazione investigativa, prima per assicurare al Tribunale internazionale un alto ufficiale coinvolto nei massacri della minoranza musulmana e poi nel ricostruire il tentativo di avvelenamento subito dallo stesso militare durante la detenzione. Nel romanzo emerge una delicata nostalgia per luoghi incantati, mascariati dai confitti: «Bosnia fra i miei pensieri, nelle pieghe dell’anima. È un’onda di ricordi, mentre il mare calmo di Scheveningen si offre ai miei occhi». Riccardi non solo propone in presa diretta le torture del «macellaio di Gracanica», Milan Dragojevic, ai danni di Samira, madre e guerrigliera, ma fotografa l’enorme zona grigia che segna le guerre e disumanizza la memoria rendendola schiava dell’ebbrezza della vendetta.

Anche il lavoro della Croce Rossa, nella quale è impegnata la stella femminile del romanzo, Jacqueline, si muove in questo precario equilibrio perché «se curi un soldato ferito quello tornerà a combattere». Sullo stesso crinale balla la versione del militare serbo ormai arrestato, che rilegge le dispute in chiave patriottica e anti Nato, compresi eccidi come quelli di Srebrenica. L’autore poi eccelle nelle sequenze d’azione, come quella della fallita esecuzione di un altro ufficiale serbo a Londra. Infine brilla la chiave letteraria di guerra e amore: «Apparteniamo allo stesso regno: la natura selvaggia e fiera che si governa con le leggi della forza. La giungla e le sue belve, la guerra nei Balcani, il giovane che un’ora fa ci avrebbe uccisi col suo coltello. È tutto dannatamente uguale».