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Maria Sirena la Shahrazad dei Tropici

Autore: Franco Marcoaldi
Testata: la Repubblica
Data: 15 giugno 2014

QUANTO più scolora la dimensione epica della nostra esistenza individuale e collettiva, tanto più cresce l’interesse verso quei romanzi che indagano mondi in cui l’epos, al contrario, regna ancora sovrano. È ciò che accade in Meraviglie lontane di Chantel Acevedo, nata a cresciuta a Miami, in Florida, vantando però origini cubane. E proprio nella Cuba tra Otto e Novecento Acevedo dipana un racconto tutto declinato al femminile: una donna è la protagonista, Maria Sirena, che ormai prossima alla morte ha attraversato la tumultuosa stagione dell’indipendentismo; e tutte e soltanto donne le ascoltatrici dei suoi mirabolanti racconti, nei quali Maria eccelle.
D’altronde, per lunghi anni, proprio questo ha fatto di professione: la lectora in una fabbrica di sigari, impegnata a leggere le pagine di Shakespeare o Dumas mentre gli operai arrotolavano il tabacco ascoltando l’Amleto o Il conte di Montecristo. E adesso, giusto in limine vitae, un eccezionale evento naturale la sta spingendo a mettere nuovamente a frutto quel talento.
Siamo negli anni d’esordio della Cuba castrista e di fronte all’ennesimo uragano l’esercito va raccogliendo le ultime donne rimaste nelle case dell’estremo lembo dell’isola per trasportarle in un luogo più sicuro: Casa Velázquez, residenza dello spagnolo Diego Velázquez de Cuéllar, primo governatore cubano.
I prodigi naturali che accompagnarono la nascita in mezzo al mare di Maria rimbalzano su quelli presenti, e mentre il ciclone si abbatte sulla casa con inaudita violenza, la nostra cantastorie incanta l’occasionale gineceo con racconti non meno prodigiosi. Ma come già altre volte era accaduto nella fabbrica di tabacco, al centro delle storie non ci sono i Jules Verne o i Cervantes di turno. No, stavolta c’è lei stessa. Ci sono i suoi genitori e i suoi figli, ci sono gli ultimi cento anni di Cuba. Amori, tradimenti, fame, guerra, nascite, morti: la sua voce arrochita pare inarrestabile, mentre cresce la commozione e lo stupore delle astanti. Oltre che del lettore, il quale si trova irretito in vicende di romanticismo tragico e testarda ribellione politica, con entrambi i genitori di Maria impegnati in prima fila nelle guerre di indipendenza antispagnola.
Eppure, significativamente, tra i libri della Bibbia quello preferito dalla donna è il Cantico dei cantici: proprio perché, dice, non ci sono né omicidi, né decapitazioni, né furia divina. L’inno all’amore umano e passionale, qui, assume il completo possesso della scena: il dolcissimo ‘si’ che sale da quelle pagine è capace di contenere e superare tutti i ‘no’ dell’esistenza. E la nostra eroina non se lo dimentica, malgrado i penosi episodi da cui è costellata la propria epopea familiare: la furiosa violenza di cui era capace il padre Augustin, lo sconquassante libertinaggio della madre Lulu, il razzismo endemico presente nelle file dell’indipendentismo che finì per colpire anche il suo primo e più grande amore, Mario. Proprio i genitori, infatti, osteggiarono la relazione con quel giovane e coraggioso uomo di colore, schiavo affrancato e padre di Mayito, il bambinetto che una Maria ancora adolescente, senza un soldo in tasca, lasciò andare a New York nella speranza di raggiungerlo di lì a poco, mentre non lo avrebbe rivisto mai più.
Tra le tante, questa è e resterà la ferita più grande, mai rimarginata: l’errore più tragico e irredimibile. Eppure, Maria non si scorderà la lezione appresa subito dopo la morte del padre, quando, imprigionata in un villaggio di reconcentrados, commenta: «la vita è un accordo precario fatto con un dio instabile».
Nel frattempo la tempesta è cessata. Maria ritorna nella sua casa e attende una morte ormai incombente. Il finale del romanzo è sospeso in una dimensione onirica: le storie raccontate dalla donna moriranno con lei? O al contrario la scia dei racconti di questa Shahrazad dei tropici, al di là del suo stesso intento, si prolungherà oltre la sua esistenza, grazie all’amore dato e ricevuto? Siamo pur sempre in una terra di meraviglie e portenti e non è affatto detto che prima o poi un vento benigno non possa alzarsi per far arrivare la parola di Maria fino al figlio Mayito, «ovunque si trovi».