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Il racconto del marinaio

Autore: Elena Baroncini
Testata: Il Sole 24 Ore
Data: 3 agosto 2008

Paese crocevia tra Europa, Balcani e Medioriente, la Grecia rilegge spesso la sua stria con l’ausilio della letteratura. Nel Secolo dei labirinti di Rea Galanaki la storia diventa addirittura protagonista: il libro diviso a tappe – sei capitoli per sei ventenni, dal 1858 al 1978 – attraverso il simbolo dei labirinti, mitologici, affettivi e politici, racconta un secolo di Grecia. Dalla scoperta di Cnosso di Minos Kalokernikòs, archeologo dilettante che verrà soppiantato da Sir Evans, alla caduta del regime militare, con una scrittura densissima e raffinata. Altro libro di spessore è Le catene del mare di Ioanna Karistiani ambientato ai giorni nostri ma con un non casuale preambolo nella Smirne del 1922, anno della Grande catastrofe, quando i turchi cacciarono i greci dall’Asia minore.

La vicenda è quella di un capitano di lungo corso che non scende dal suo cargo, l’«Athos III», da dodici anni. È incatenato alla magia dl ritmo incessante delle onde; due donne, l’antica amante Litsa e la moglie Flora, diverse nel temperamento, una sognatrice, l’altra pragmatica, ma simili nel loro farsi Penelope ne aspettano il ritorno. E un ragazzo, Antonis, che come Harvey Cheyne in Capitani coraggiosi di Kipling, verrà «addestrato ai sentimenti» dalle dure leggi di navigazione. Protagonista è Mistos Avgustìs, 75 anni, temperamento burbero ma animo sensibile, leggendario capitano della marina mercantile, che – come scriverà Litsa nei frammenti epistolari del libro – «sconta la sua ingordigia di vedere ovunque lo splendore e la miseria della vita». È diventato cieco, ma conosce il suo cargo alla perfezione: ha imparato a vedere con l’udito, l’olfatto e il tatto, a consultare le carte geografiche con «gli occhi della memoria». L’equipaggio è all’oscuro di tutto, sarà la moglie, con una sorta di blitz sull’Athos, a capire che Mitsos si muove contando i passi che lo separano da un luogo all’altro e che il mondo per lui è diventato «lo schermo di un televisore in bianco e nero senza antenna». Non sarà però lei a ricondurlo all’approdo della realtà. Ci riuscirà Antonis, il figlio mai conosciuto che imbarcatosi sotto falso nome sgelerà i sentimenti del padre – cieco mostro preistorico – giorno per giorno.

Con un disegno narrativo di ampio respiro, puntellato da flash back, la cretese Karistiani esplora ancora una volta i mondi delle piccole comunità. Dopo quelle isolane (L’isola dei Gelsomini, e Il santo della solitudine, e/o) e del villaggio di montagna (Il vestito in terra, Crocetti) è la volta della nave mercantile, sorta di «monastero maschile» dove tra assoluto e quotidiano l’uomo indaga se stesso alla ricerca di un equilibrio esistenziale. Premiato come miglior romanzo greco del 2007, il libro, che cala il lettore in un’atmosfera profondamente ellenica (con le canzoni di Kazantzidis ascoltate dall’equipaggio e la cucina del cuoco Siakandaris), nasce dai racconti dei marinai delle isole Andros, Tinos, Cefalonia, Corfù e della città di Chania che la Karistiani ha rielaborato con una scrittura limpida e ricca di suggestioni poetiche. E proprio alla poesia, quella poesia che «mette sottosopra la vita», che nutre l’animo di Litsa a cui infine ritornerà Mitsos-Ulisse, è affidata la risoluzione del romanzo e del suo colpo di scena. Non un dialogo di spiegazione tra padre e figlio a colmare un vuoto di vent’anni, ma dei versi «sarò i tuoi occhi».