Seguici

Facebook
Twitter
Instagram
Newsletter

Ioanna, una Penelope che ha fatto la Resistenza

Autore: Maria Serena Palieri
Testata: l'Unità
Data: 5 settembre 2008

L’INTERVISTA La scrittrice greca Karistiani è ospite del Festivaletteratura. Aderì giovanissima al Pc e lottò contro il «regime». «Tutti noi scrittori sono Ulisse: usiamo tempo, parole, lingua per viaggiare»

Ioanna Karistiani il 21 aprile1967 – data del golpe in Grecia – aveva quindici anni. Ottava di nove figli, viveva nell’isola di Creta, a Chanià. Quando scoppiò la rivolta al Politecnico di Atene – il primo focolaio che, attraverso una successione di eventi, avrebbe portato nel 1974 alla fine del regime – era già arrivata nella capitale. Iscritta a Legge: «All’epoca molti di noi frequentavano l’università formamelmente per diventare avvocati, in realtà per partecipare alla Resistenza» spiega. Aderente al movimento giovanile del Pc, membro del comitato di occupazione dell’ateneo, data per morta dalla radio di Mosca, all’insaputa della famiglia avrebbe trascorso nove mesi in carcere, poi, uscita grazie all’amnistia emanata da Papadopoulos ed entrata in clandestinità, sarebbe diventata una delle «voci» che, dall’interno, facevano sapere ciò che succedeva in quel cuore di Mediterraneo sprofondato in una dittatura da anni Trenta, in decadi in cui coorti di ragazzi del resto d’Europa raggiungevano però le sue Cicladi e il suo Dodecaneso per vacanze alternative, pace, amore, musica all’ombra dei colonnelli… Questo frammento di passato affiora solo alla fine dell’intervista: la scrittrice ne parla controvoglia. Salvo aggiungere: «Per noi resistenti clandestini, a quell’epoca, l’Unità era un giornale leggendario».

Oggi Ioanna Karistiani è una donna magnificamente bella, in stile Iren Papas, capelli sale e pepe, bocca rossa e occhi color topazio. Diventata illustratrice, moglie del cineasta Pantelis Vulgaris, madre di un figlio maschio e di una femmina, con una raccolta di racconti e quattro romanzi si è imposta come la scrittrice più interessante della narrativa greca contemporanea. Come sceneggiatrice ha scritto il film Le spose, per il marito, ed Estrella mi vida per Costa-Gavras. In Italia è stata pubblicata prima da Crocetta, nella collana Aristeia dedicata alla letteratura in neo-greco (L’isola dei gelsomini, Un vestito per terra), poi da e/o, che ha tradotto nel 2006 Il santo della solitudine e nei mesi scorsi Le catene del mare. A Mantova ieri pomeriggio ha contribuito all’iniziativa «Vocabolario europeo» declinando i significati del vocabolo thalassa. Stamattina incontrerà il pubblico al chiostro diocesano.

Nell’«Isola dei gelsomini» ha raccontato la storia corale di una comunità di donne che attende il ritorno dei mariti marinai. Nelle «Catene del mare», invece, protagonista è uno straordinario personaggio, l’anziano Mitsos Avgustis, cieco, deciso a non mollare la navigazione in oceani conradiani, affetto in segreto dal terrore di affrontare una moglie, Flora, che non ama più, dei figli che conosce ormai a malapena, così come una Atene piena di smog e cellulari. E che non sa cosa fare, invece con la vera amata, la saggia e allegra Litsa la parrucchiera. C’è un filo che lega le due storie?
«Scrivere libri è come apparecchiare, mangiare, e alla fine trovarsi con una tavola costellata di avanzi. Cosa ne fai? Io cerco di usarli. Così avevo in mente all’inizio di questo ultimo romanzo solo la storia di un corpo che naviga in un mare aperto e non vuole né sa come tornare a casa da quell’oceano, poi è nata la vicenda di Mitsos Avgustis. Ora, senza prevederlo, ho in mente una terza parte. A ogni libro approfondisci, ma resta sempre da scavare».

Penelope e Ulisse. È, per i greci di oggi, un mito tuttora vivo, oppure affiora in queste sue storie come retaggio di un passato arcaico?
«Tutti noi scrittori siamo Ulisse: usiamo tempo, parole, lingua per viaggiare. E tutti siamo Penelope, facciamo e disfiamo una tela che non ha mai fine. Non abbiamo Itaca, però, non approdiamo mai.»

«Le catene del mare» è, in un certo senso, un’apologia di un ruolo, quello di amante incarnato da Litsa, che qui rifulge di una magnifica gloria clandestina. Lei è moglie. Le è mai capitato di indossare questi panni?
«Di Litse, sia donne che uomini, ne ho incontrati a decine nella mia vita. Non è una figura rara».

L’amore è un argomento poco di moda. Nello scriverne ha sentito di correre un rischio?
«C’è così tanta violenza nell’arte, così tanto splatter, e poi nella vita vera la gente non sa fare coppia, ci si ritrova ad accusarsi, senza fede né coraggio né la pazienza di costruire rapporti duraturi. Perciò ho scritto di questo. Sarebbe stato un romanzo più televisivo se alla fine il vecchio Mitsos avesse divorziato e avesse formato una coppia gay col cuoco della nave oppure se suo figlio Antonis fosse finito a letto con Litsa. Invece ho provato a usare il passo che il comandante impone alla sua nave per salvarla, camminando come un gambero al contrario. Ed ecco così la storia di gente che prova a sedare le burrasche – che comunque ci colpiscono – e a rifiutare la violenza e a tornare indietro. È una storia di compassione».

Dopo l’uscita dalla dittatura, da tre decenni la Grecia sembra entrata in un cono d’ombra. Ne è riemersa solo nel 2004 in occasione delle Olimpiadi ad Atene. È un male o un bene?
«Le Olimpiadi… Business, multinazionali, sponsor, cerimonie sfarzose mentre c’è gente che muore di fame. Vogliamo dirlo? La Grecia è un paese piccolo. Perciò fa notizia solo se ospita i Giochi oppure è oppressa da un golpe. Bisognerebbe parlare, però, della sua crisi di identità. Abbiamo un passato enorme sulle spalle, sì, abbiamo Sofocle, Euripide e Saffo, ma non ci bastano tzatziki, souvlaki e taverne per turisti. Cosa significa oggi essere Grecia non lo sappiamo».

Perché la vicenda che lei ha vissuto personalmente, l’opposizione alla dittatura, è solo un’eco sottotraccia nei suoi romanzi?
«Altri ne hanno già scritto. E meglio di come saprei farlo io».