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I duellanti

Autore: Renato Corpaci
Testata: Sulla punta della lingua
Data: 1 luglio 2014

A ispirare Joseph Conrad a scrivere I duellanti (1908, o Il duello, come originariamente era intitolato il racconto portato alla ribalta dal film di Ridley Scott) fu un breve trafiletto in un quotidiano di provincia che raccontava di uno di questi episodi galeotti isolandolo dal numero di simili aneddoti per la sua singolarità, e convinse l'autore a farne il soggetto di un racconto. L'articolo riportava la storia incredibile di due ufficiali napoleonici, François Louis Fournier and Pierre Dupont, che, nel corso di vent'anni, si fronteggiarono armati in 17 duelli. La trama del racconto che Conrad ne fece attraversa sedici anni di Storia e può essere interpretato come una metafora del passaggio sull'Europa della cometa napoleonica, il generale che costrinse praticamente tutte le teste coronate d'Europa a confrontarsi militarmente con lui. Ciò avvenne senza un reale costrutto, dato che all'indomani del Congresso di Viena (1815) – che sancì il nuovo ordine europeo – le cose erano all'apparenza assai poco cambiate rispetto all'epoca pre-rivoluzionaria.

Come l'autore sottolinea nell'incipit del racconto, Napoleone non si curava della tradizione e non tollerava che i suoi ufficiali si scannassero l'un l'altro, preferendo riservare in esclusiva a se stesso il potere di vita o di morte sugli uomini che comandava. L'imperatore sanzionava perciò severamente questi comportamenti insensatamente aggressivi che gli ufficiali si dimostravano reciprocamente. Tuttavia, l'aggressività, coltivata nell'ambiente militare come una virtù, e il concetto d'onore, conservato con altrettanto affetto tra i ranghi della gerarchia della Grande Armata, facevano sì che, nonostante la proibizione, occasionalmente si verificasse qualche esplosione di micidiale esuberanza che portava due aitanti giovani, altrimenti totalmente ligi al regolamento, a infrangere il divieto imperiale e ad incrociare le spade. Occorre premettere che, prima dell'avvento di Napoleone Bonaparte, l'accesso al ruolo d'ufficiale nei ranghi della gerarchia militare fosse prerogativa esclusiva della classe nobiliare mentre, con il Generale , questa possibilità venne estesa ai ceti meno blasonati, valutando l'opportunità di avanzamento esclusivamente sulla base del merito. Lo scontro a cui si assiste ne I duellanti è perciò anche uno scontro tra due opposti livelli d'educazione e tra il risentimento di uno dei due contendenti e l'altezzosità dell'altro. Due concetti dell'onore e della lealtà, uno rispettoso del proprio comandante, chiunque egli sia, l'altro fanaticamente devoto a Napoleone. Bisogna aggiungere per scrupolo di precisione, che i due protagonisti di questo bel racconto sono originari, l'uno della Piccardia (Nomandia), l'altro della Guascogna, nel Sud della Francia. Insomma, Joseph Conrad ha trasformato questi due personaggi negli epitomi di un epoca di conflitto, emblema anche – come si accennava in apertura – di due diverse indoli, ancorché prospettive della Storia, in un momento di grande innovazione, da una parte, di pervicace reazione dall'altra. Conrad, che proveniva da una famiglia della nobiltà polacca, non fa mistero di preferire il nobile d'Hubert. La vicenda prende le mosse nel 1801, a Strasburgo. I due uomini, il tenente d'Hubert e il tenente Feraud – l'uno d'estrazione nobiliare, l'altro nato nella famiglia di un fabbro – s'incontrano per ragioni d'ufficio. D'Hubert è infatti stato incaricato dal comando di rintracciare il collega e di condurlo agli arresti di rigore nel suo alloggio, in conseguenza di un duello che è finito con la morte del nipote del sindaco della città occupata. Indispettito per la punizione inflittagli dai superiori, Feraud ingaggia il collega in un duello, prima di tutto verbale, costringendolo ben presto a concedergli soddisfazione sul campo. Per non dare adito al sospetto che si sarebbe rifiutato di combattere per pavidità, d'Hubert è costretto a raccogliere il guanto. L'ironia di Conrad, di cui è intriso il racconto, scaturisce dall'assurdità della circostanza. In realtà, non c'è stata offesa; il motivo del duello è il duello stesso. Con lo sviluppo della trama, si capisce che l'accanimento di Feraud è frutto di un'insofferenza per l'origine dell'avversario e l'uomo, nel corso degli anni, guardandosi bene dal dare una giustificazione della sua insensata mania omicida, per spiegare il proprio accanimento non esiterà a calunniare d'Hubert, dicendo che si nasconde dietro ai superiori, che fugge nella carriera dal duello e, come estrema ingiuria che «non ama l'Imperatore». I personaggi condividono un codice d'onore che l'uno sventola sotto il naso dell'avversario per provocarlo; l'altro disapprova ma non può esimersi dal rispettare. Sicché d'Hubert attraversa i sedici anni di battaglie e il rischio reale di perdere la vita, con un'ombra supplementare, scura, minacciosa e persistente che periodicamente si ripresenta sul suo cammino. Per quanto portato infine all'esasperazione, il vincitore del duello si comporterà con indulgenza con il vinto, dimostrando per lui un'affezione riservata di solito agli antagonisti che si sono odiati una vita intera, al punto di dare al proprio primogenito il nome dell'avversario. Annotazione finale, è esemplare come l'autore abbia saputo condensare un soggetto complesso, una trama ricca di colpi di scena e sedici anni intensi di Storia in cento agili paginette (disponibile per le Edizioni e/o grazie alla traduzione di Leonardo Gandi) che si leggono facilmente in un pomeriggio. Ci riesce concentrandosi sui fatti personali dei personaggi mentre gli eventi storici scorrono sfuocati sullo sfondo. • Insolito, se annoverato nel genere “cappa e spada”; modesto, se considerato nel genere “grandi affreschi storici”, I duellanti (1977) emerge in maniera superlativa tra le “trasposizioni di romanzi di grandi autori letterari”. Se infatti raramente, dopo aver letto un libro, si rimane soddisfatti dalla pellicola che ne è stato ricavata, dopo aver visto I duellanti si esce dalla sala esaltati dallo spettacolo. Ci si chiede come Joseph Conrad abbia potuto sintetizzare in un agile volumetto sedici anni di Storia, e storia densa di eventi, ebbene, ancora più sorprendente è che Ridley Scott abbia potuto ottenere da queste poche pagine un'opera così maestosa. Girato nella Dordogne, terra dei Perigord, la regione che si trova a Est di Bordeaux, celebre soprattutto per una delicatezza, il foie gras, il fegato d'oca, I duellanti consacra il regista britannico al grande cinema. Il film, tratto dal racconto di Joseph Conrad, narra notoriamente dell'antagonismo viscerale tra due ufficiali degli ussari napoleonici, contenzioso che li porta a sfidarsi a duello nel corso della loro intera, intensa vita militare.

Proveniente dalla rinomata cinematografia pubblicitaria britannica, con oltre 1500 spot al suo attivo, Ridley Scott è un regista estremamente attento ai particolari, ossessionato dai dettagli. La sua ricostruzione delle scene in esterni è sublime. L'illuminazione degli interni a lume di candela non suscita alcun sospetto, provocando le emozioni di quando ci si confronta con i quadri di Caravaggio o di Georges de la Tour. I paesaggi sono quadri pre-raffaelliti, perfettamente composti, in cui non stupisce vedere muoversi piccoli esseri umani in costume settecentesco. Una così grande cura dei dettagli non potè evitare di creare qualche grattacapo alla produzione, il che ha generato una serie di aneddoti che contribuiscono ad accrescere il fascino del film. Dei 58 giorni di ripresa, 56 piovve. Se si considera che il film è principalmente girato in esterni, il fatto è senza dubbio degno di nota. All'inizio, i costumi dei protagonisti erano confezionati in una replica dei tessuti dell'epoca, ma dovettero essere cambiati con costumi fatti in tessuti moderni perché i materiali originali non cedevano e si rischiava, tirando una stoccata di spada, che il costume esplodesse nel corso del ciack. Durante le riprese del terzo duello, quello filmato nella stalla, che si conclude per esaurimento delle forze dei contendenti, gli attori maneggiano sciabole originali che pesano sei chili l'una. Le pareti erano ricoperte da una rete metallica alimentata da una batteria a 12 volt. Quando le sciabole dei duellanti le urtavano sprizzavano scintille, ma gli attori ricevevano una leggera scossa; così chiesero che fosse usata una batteria meno potente. Siccome il risultato non era soddisfacente, il regista ritornò segretamente alla batteria originale. A un certo punto, per errore, Carradine colpisce la mano di Keitel che si ritrae agitando il polso. L'attore ne rimediò un'unghia nera ma la reazione aggiunge realismo al film. Questa scena avrebbe dovuto occupare due giorni di lavorazione. Ne impiegò invece tre, dato che le pizze della giornata, inviate in Inghilterra per lo sviluppo, vennero aperte da un solerte agente della dogana. Nell'esercito francese non si usava castrare i cavalli e anche i cavalli dei protagonisti erano stalloni, il che ha creato qualche imbarazzo quando d'Hubert si dichiara ad Adele, perché il cavallo alla briglia del cavaliere ebbe un'erezione, causando l'ilarità irrefrenabile dell'attrice (Cristina Raines). La scena non è venuta come ci si aspettava, ma così funziona anche meglio. Se nel romanzo i protagonisti sono l'opposto l'uno dell'altro, anche nel film il regista non avrebbe potuto scegliere due attori più diversi. Il californiano Keith Carradine è biondo, slanciato e figlio d'arte. Suo padre era l'attore John Carradine; suo fratello David Carradine, attore anch'egli, morì in circostanze misteriose in Thailandia. Keith conserva un'aria trasognata da hippy aristocratico; Harvey Keitel è nato a Brooklyn. È nero di capelli, tarchiato e ha studiato all'Actor's Studio. Se il primo ama recitare d'istinto, il secondo richiede una serie di indicazioni dalla regia prima di esprimere il proprio ruolo. Rispetto alla trama originale, arida su questo argomento, la sceneggiatura di Gerald Vaughan-Hughes sviluppa il rapporto tra gli ufficiali e le rispettive governanti, quelle ragazze che seguivano gli ufficiali da un campo di battaglia all'altro, servendoli e donando loro il proprio affetto senza alcuna prospettiva del domani, se non la morte dell'assistito o la fine della guerra e l'abbandono. «Du sublime au ridicule – diceva Napoleone – il n'y a qu'un pas». Come il racconto, il film si chiude con la fine di un sogno trasformato in incubo e un'immagine: Gabriel Feraud, visto di spalle, il cappello a due punte e la feluca militare, osserva il paesaggio nel tramonto. Impossibile non paragonare quest'immagine al quadro di Francois-Joseph_Sandmann che ritrae Napoleone che, dallo scoglio di Sant'elena contempla l'orizzonte. La leggenda vuole che questo dipinto abbia ispirato Ridley Scott a farne un film. Mai ispirazione fu più feconda. Il risultato non avrebbe potuto essere più soddisfacente, specialmente trattandosi di un esordio. Il film fu premiato con la Palma d'Oro a Cannes come miglior opera prima e si guadagnò il David di Donatello come miglior film straniero, più numerosi altri premi in patria.