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THE LEFTOVERS – SERIE TV. UN IMMENSO DRAMMA CORALE IN CUI IL SCIFI È SOLO UN PRETESTO

Autore: Moreno Scorpioni
Testata: Roarmagazine
Data: 2 luglio 2014

The Leftovers è il nuovo, ambizioso, criptico progetto di Damon Lindelof andato in onda lo scorso 29 giugno su HBO e in programmazione su Sky Atlantic il 10 luglio. Probabilmente lo show farà parlare i telespettatore, ma questa volta si spera del contenuto e non di supposizioni su come la storia andrà a finire.

Chiariamoci subito prima di leggere tra qualche mese, a stagione conclusa, piagnistei su come la serie non stia spiegando questo o quell’evento: The Leftovers non vi spiegherà cos’è successo, e forse sarà proprio questa la chiave del suo successo. THE LEFTOVERS: COSA RACCONTA LA SERIE TV

La serie, basata sull’omonimo romanzo di Tom Perrotta (edito in Italia da Edizioni E/O con il titolo Svaniti nel nulla) si concentra su ciò che accade tre anni dopo un evento inspiegabile che provoca la scomparsa nel nulla del 2% della popolazione mondiale. Quel piccolo numero è di per sé una chiave di lettura molto importante da tenere a mente: l’evento è in sé drammatico e comporta la sparizione di un numero cospicuo di persone. Si tratta però del 2% della popolazione mondiale, un numero irrisorio in un’ottica globale che lascia il segno, a lungo raggio, solo sulle persone che hanno subito la perdita. Chi si aspetta l’ennesima variazione sul tema "Apocalisse" ha sbagliato di grosso e può smettere sin da ora di guardare lo show. C’è chi parla di volontà divina e chi, rifugiandosi nella scienza, non riesce a formulare ipotesi che vadano al di là di un insieme di nessi casuali che hanno reso possibile l’impossibile. Che si parli di Dio o si parli di caso poco importa, di fatto si parla della stessa cosa: qualcosa che non c’è e che non può essere spiegato. E allora? Cosa c’è da raccontare? Lindelof, memore del successo accompagnato dalla fiumana di critiche di Lost, si affida a un romanzo solido che usa il scifi come puro pretesto narrativo: non è tanto l’indagine delle cause che interessa quanto più come l’evento si ripercuote su chi è rimasto. Un dramma familiare corale sull’elaborazione del lutto dalle atmosfere alla Donnie Darko.  E come dramma corale, l’azione si sviluppa in più contesti con più protagonisti partendo dalla cittadina di Mapleton con il suo capo della polizia dalla famiglia distrutta dall’evento, fino ad arrivare al gruppo dei sopravvissuti che ha deciso di non parlare più e che non fuma per piacere ma per proclamare la propria fede radunatosi nella residenza del santone Wayne.

UNO SHOW CHE PROCEDE PER SOTTRAZIONE

Che non vi suoni strana questa visione delle cose: The Leftovers si inserisce perfettamente sulla scia di grandi serie di successo come The Walking Dead in cui l’intento degli autori non è dare una spiegazione all’apocalisse zombie, ma spostare la telecamera sui sopravvissuti, su come sono andati avanti e sulla portata che un evento sconvolgente ha avuto su di loro. La grande idea, l’elemento vincente è proprio questo: gli scomparsi non torneranno e non c’è una risposta. Punto. Nonostante chiunque voglia delle spiegazioni, delle definizioni e nessuno gradisca vaghezza o incertezza. La nozione di casualità è inquietante. Le atmosfere sono da post-apocalisse senza apocalisse. Uno show che procede per sottrazione, la più grande, quella dell’evento dalla portata inspiegabile che sconvolge le vite di chi è rimasto rendendole del tutto imprevedibili.