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«Il cromosoma dell'orchidea»

Autore: P. Filomeno
Testata: La Gazzetta di Puglia
Data: 21 luglio 2014

Siamo alla vigilia di nuove elezioni comunali, in una immaginaria città del Sud. Il sindaco uscente, Gabriele Lovero, è in corsa per ottenere il secondo mandato. Due imprenditori edili senza scrupoli e un senatore poco pulito gli propongono un “affare”: rendere edificabili, in cambio di voti e soldi, alcuni suoli agricoli a rischio alluvione. Una storia di normale corruzione, insomma. Il sindaco, esponente del centro-sinistra e dal passato ambientalista, chiede un po’ di tempo per pensarci sopra. Dei suoi stretti collaboratori, quasi tutti gli consigliano l’accordo. L’unica che invece lo spinge, e con fermezza, a rifiutare la proposta oscena è la vicesindaco, Pasqualina Bernaus, moralista intransigente.

Nel frattempo un capitano dei carabinieri, Antonio Bosdaves, indaga su una vicenda accaduta qualche anno prima: la morte di Lorenzo Vinciguerra, suo amico, archiviata come suicidio. C’è qualcosa, in quella morte, che non lo convince. Vinciguerra era un avvocato sempre in prima fila nelle battaglie ambientalistiche. Un giorno il suo cadavere venne ritrovato in una cava abbandonata, vicina ai futuri cantieri edilizi. Suicidio? E se invece fosse stato un omicidio, visto che il suo impegno civile ostacolava grossi interessi a più di qualcuno? Questo, e altro, è il contenuto del romanzo «Cromosoma dell’orchidea» (Edizioni E/O, collana Sabot/age, 2014, pp. 219, euro 16,50), il secondo noir scritto da Carlo Mazza. L’autore è nato a Bari nel 1956, dove ha sempre vissuto. Lavora in banca da 35 anni e tra i suoi interessi ha coltivato anche la scrittura teatrale. E già autore del poliziesco «Lupi di fronte al mare» (sempre Edizioni E/O, collana Sabot/age, 2011), ambientato nel capoluogo pugliese. Anzi, è la storia stessa di Bari: al centro di relazioni pericolose tra politica, finanza e sanità. Molto verosimigliante con la cronaca giudiziaria locale. È qui che il capitano Antonio Bosdaves appare per la prima volta. Il libro, pubblicato da una delle case editrici italiane più selettive e raffinate, è stato finalista al Festival Mediterraneo del Giallo e del Noir 2012. Giuliano Aluffi, su Il Venerdì di Repubblica del 2 settembre 2011, lo ha definito «una credibile Gomorra del Levante».

Con «Cromosoma dell’orchidea», ritorna il capitano Bosdaves. Capitoli brevi, che si susseguono come tante sequenze di un film. Alcuni scritti in prima persona, e sono quelli che si riferiscono al capitano, in cui vengono raccontante le sue vicende private e professionali. Il resto procede in terza persona. Lingua chiara, molti i dialoghi (s’avverte la cultura teatrale dell’autore), similitudini gustose e precisione nei particolari descrittivi (sui vini e sui pasti, non solo sui gesti dei personaggi). Si sente che dietro c’è la lettura dei classici. Ma anche dei moderni, come Gianrico Carofiglio e Ammanniti. Modelli di riferimento: Hemingway e Sciascia. Tre sono le cose su cui, per ovvi motivi, non sveleremo niente: la verità sulla morte di Lorenzo Vinciguerra, la decisione che prenderà alla fine il sindaco Gabriele Lovero e il perché del titolo così intrigante. Sul resto ci possiamo soffermare. Per esempio, sul fatto che siamo di fronte a un poliziesco a sfondo sociale e non a un thriller mozzafiato. Un romanzo a scorrimento lento, in cui molti personaggi conducono una vita normale o ritenuta tale. Fatta di corruzione, brogli elettorali, carrierismo, amori di varia tendenza (omo ed etero), molestie sessuali, seduzioni, abuso di potere, ludopatia e sciacallaggio giornalistico. Diversi i riferimenti, indiretti, a personaggi e vicende vere.

Libro pessimista, angosciante? Tutt’altro: libro realista e di denuncia. Narrare come avvengono certe pratiche corruttive, come in nome del dio denaro si giochi cinicamente con la vita di un’intera comunità, è impegno civile. Accanto agli antieroi, nel romanzo ci sono anche gli eroi. Positiva la figura di Martina Bizantino, giornalista bella e impegnata, simbolo di un giornalismo non servile. Ecco quello che scrive, in risposta a una sua lettrice: «Un tempo una tribù di pellerossa, gli Hopi, praticava la danza della pioggia, la cui funzione manifesta era quella di propiziare un bell’acquazzone. Ma gli indiani sapevano bene che il rito non produceva effetti pratici, danzavano solo per una ricerca di coesione... La comunità si stringeva in un abbraccio per affrontare la siccità. Ecco quello che manca a tutti noi, il progetto di un abbraccio» (p. 200).

Sembra o no l’Italia di oggi, soprattutto il Sud?