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Ernst Lothar, La melodia di Vienna

Autore: Licia Ambu
Testata: Finzioni magazine
Data: 22 luglio 2014

La melodia di Vienna si tratta di gente che fa pianoforti da che esiste la memoria. Da anni che più indietro non ci vai altrimenti il numero di generazioni è troppo oltre. Inizia la storia che la casa ha già novantasette anni, circa millecentosessantaquattro mesi. Figurarsi quante ne ha viste.

La melodia di Vienna si tratta di gente che ha avuto in casa Mozart che si portava dietro l’anteprima de Il flauto magico e gli hanno dato anche del malconcio e massone al povero malato. Poi dice che non era vero ma noi non c’eravamo e perciò chi lo sa. 

Una casa d’angolo che dominava due strade (cosa che tutti già sapevano), una molto antica, stretta, che si schiudeva timidamente all’aperto, l’altra nuovissima, larga aperta verso tutte le direzioni.

Insomma, all’inizio arriva questa casa che, sia ben chiaro da subito, è collocata a un incrocio tra due strade, perché la storia è quella di un’abitazione concepita da un tale, contenitore di un intero albero genealogico, portatore di più famiglie, generatrici di più persone che con le dovute addizioni fa un milione di storie. Alcune sono in questo libro.

A pagina cinquanta il contorno sconosciuto dell'incipit si rilassa: anche se ci sono cappellini svolazzanti e blasoni aristocratici, gli stati d’animo sono gli stessi identici di oggi e quindi il fatto di non aver abitato a Vienna a fine ottocento è relativamente irrilevante. Per esempio, c’è una che sta per sposarsi ma ama un altro e giù ad entrarle in testa per sentire ogni minuto, mentre conosce la futura ostica famiglia, quanto vorrebbe essere altrove e quanto lo è. Non è che se la sono inventata nel milleotto la cosa, così come non l’abbiamo inventata noi, però ecco subentra l’empatia, di fatto. Non voglio proprio dire che tolto Mozart siamo in metropolitana, sia chiaro, è più un complimento in termini di finezza sociologica. Ernest ne sa, non meno di altri super padrini o madrine del genere. Pace all'anima loro.

Una volta, una città fa, avevo un bar del cuore in cui andavo per il litro quotidiano di caffè. Il barista, come tutti i baristi che si rispettino, era molto saggio molto. Amava educare il prossimo ricordando quanto segue: prima di conoscere bene una persona, ci devi mangiare insieme molti chili di sale. Ecco, la questione calza con i signori Alt e i loro pianoforti. In pratica a leggerlo mi è venuto in mente questo fatto. Anche se a me Hitler tra capo e collo non mi è successo. Poi ci arriviamo.

Intanto, in questo succedere continuamente la vita, si intuiscono subito i partecipanti che sembra di stare a teatro: c’è Freud signori, la nata Kubelka (battezzare un personaggio per differenza sottolineando quello che non è rispetto agli altri – una Alt – mi pare geniale), la pecora nera, le nuore disprezzate, l’artista malvisto e la zia bisbetica che non saprei, ma ricorda tantissimo la zia March di Piccole donne. Intendo il film, quello vecchio antichissimo del ’49 con la molletta sul naso di Liz Taylor, che una mattina fanno colazione con brioches, pesca e tè se non erro. (Questo non ve lo consiglio dall’alto dei miei erano nove anni; non tutto insieme almeno). Tutto ciò che può accadere in effetti accade: amori, suicidi, tradimenti, malattie, imperatori, piedi che sbattono per terra, figli assolutamente mal voluti e altri preferitissimi, cugine sante, un’attrice, Hitler, una bella calligrafia e paraculo.

Effettivamente una recensione su un libro siffatto non dovrebbe contemplare la parola paraculo, già che è così delicato nei termini. È solo che il libro è delicato e feroce insieme, ed è davvero molto pieno di cose come nomi leggeri per tessuti e fascino per modelli d’abito parigini, tanto quanto profondità e sofferenze e gioie intense dentro, tra un organo e l’altro. È la vita quando è vissuta ma vuole far finta di essere immacolata e diritta. Meglio: è la vita che sarebbe fantastica volendo solo che le convenzioni è un casino e diritta sai la noia.

Questo libro dura cinquantasette anni. Tutti e cinquantasette pieni, mai un momento di pace, un daffare incredibile. E finisce che ti schieri con un qualche ramo dell'albero. Perché gliene vedi passare così tante che in fondo son persone che finisci per conoscere, sapresti precisamente dire alla fine della storia quanti chili di sale ti ha propinato Hetti Alt nata Stein. Io ho pensato che la casa, ad ogni modo, ha avuto una gran pazienza, alla fine. 

Non era successo molto? Né più né meno che tutto!