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Heinichen e il giallo che attacca il potere

Autore: Matteo Lusiani
Data: 29 luglio 2014

«Il romanzo giallo è il metodo che usa la letteratura per mettere in questione il potere». Quando Veit Heinichen, col suo italiano dal marcato accento tedesco, ha pronunciato queste parole alla cerimonia del premio Bancarella avrei voluto alzarmi in piedi e applaudire. Intanto perché credere che la letteratura possa ancora fare qualcosa, e non solo intrattenere il lettore, significa appartenere a quella schiera ristretta di irriducibili che ancora credono in questa forma d'Arte. Ma non solo: ho ritrovato nella sua concezione del giallo come accusa al potere occulto quella che era stata di Sciascia.
E qui, posto un modello, non si può sfuggire al confronto. Sciascia scriveva gialli che (sebbene spesso si ispirassero a fatti di cronaca) erano in tutto e per tutto costruiti ad hoc e i consueti tòpoi del genere poliziesco. E tuttavia non li risolveva mai del tutto, manteneva quella distanza incolmabile tra la conoscenza e la verità che sempre caratterizza i fatti più importanti (o che coinvolgono i personaggi più importanti) della nostra storia recente. Cosa fa invece Heinichen in Il suo peggior nemico (E/O, 329 pagine, 18,50 euro, 5° classificato al Bancarella)? Ribalta questa struttura: crea uno sfondo che ha poco a che fare con la fiction, anzi assomiglia più ad un reportage tanto è dettagliato e realistico (anzi reale) in ogni minimo dettaglio (fino all'eccesso, a dire il vero, che rompe l'immedesimazione nel racconto e costituisce la più grande zavorra del libro). Ma alla fine la giustizia come solo nei gialli letterari è possibile.
Il titolo può sembrare banale ma non inganni: lì si nasconde il vero significato del romanzo. E' tratto da Cicerone e si riferisce all'uomo stesso: "L'uomo non ha peggior nemico di se stesso". In questo modo tutti gli intrighi di potere narrati, le truffe, i raggiri, gli accordi con la malavita, le menzogne date in pasto alla gente per fare carriera politica, le speculazioni economiche in tempi di crisi e via dicendo non sono condannati per il danno che creano a questa o quella classe sociale, ma all'uomo stesso, alla stessa dignità umana. Un bell'ampliamento di orizzonte, che è ciò che la letteratura dovrebbe sempre fare.