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La Grande guerra attraverso gli occhi del cane Kaiser

Autore: Fabio Gambaro
Testata: La Repubblica
Data: 7 settembre 2014

Proprio come la sua traiettoria professionale (medico, presidente di·"Action contre la Faim". diplomatico, accademico di Francia, ecc.). anche il percorso letterario di Jean.Christophe Rufin è all'insegna dell'eclettismo. In poco più di quindici anni, lo scrittore francese nato a Bourges sessantadue anni fa ha infatti pubblicato una dozzina di opere, alternando ai romanzi storici memorie di viaggio, thriller politici e perfino opere d'anticipazione. Dopo l'enorme successo del suo romanzo d'esordio, L'abissino, nel2001 con Rosso Brasile ha vinto il premio Goncourt, confermandosi uno dei più amati scrittori francesi degli ultimi anni. A conferma di ciò, l'anno scorso, Cammino immortale (Ponte alle Grazie). in cui ha raccontato con intelligenza e disincanto gli ottocento chilometri a piedi del suo pellegrinaggio a Composte la, ha veduto quattrocentomila copie. Abituato a sorprendere i lettori, per il suo ultimo romanzo, Il collare rosso (E/O), Rufin ha scelto lo sfondo della prima guerra mondiale, o meglio, l'epoca immediatamente successiva. quella in cui gli uomini hanno fatto i conti con l'eredità di un conflitto costato milioni di vite umane, durante il quale oltre tutto i soldati nelle trincee e i generali che li mandavano al fronte si sono trovati divisi da un fossato invalicabile fatto di disprezzo e incomprensione. Sentimenti con cui è costretto a confrontarsi il maggiore Lantier, un giovane giudice militare logorato da quattro anni di guerra. due dei quali passati "a difendere l'ordine e l'autorità, condannando poveri diavoli". Un uomo volenteroso entrato nell'esercito per sentirsi «al servizio degli uomini», che però, tra le bombe e il fango del nord della Francia, ha finito per rendersi conto che in realtà è proprio «l' ordine a nutrirsi degli esseri umani, a consumarli e frantumarli». Nell'estate del '19, in una cittadina di provincia, Lantier si trova di fronte Jacques Morlac, unico detenuto di una caserma trasformta in prigione per spie e disertori. Il carcerato solitario è un contadino trentenne, che durante la guerra si è distinto per le sue azioni eroiche sul fronte dei Balcani, tornando in patria decorato della Legion d'onore. Eppure ora è agli arresti. apparentemente privo di rimpianti. Ostinatamente in silenzio sembra accettare il suo destino senza protestare, senza cercare scappatoie o attenuanti. Lantier, che è venuto ad interrogarlo per decidere della sua sorte, prova a instaurare un dialogo nel tentativo di dare una spiegazione razionale a un gesto incomprensibile. E mentre cerca di sondare il suo mistero, allargando l'inchiesta per cerchi concentrici, di fronte alla prigione un cane malandato come un "vecchio guerriero» continua ad abbaiare notte e giomo. È Kaiser, il bastardo che ha seguito Morlac per rutta la guerra e che a suo modo è uno dei protagonisti del romanzoo. Per il giovane giudice, l'eroe ora agli arresti è "un imputato difficile", nei cui componimenti vede confondersi "il bene e il male, un uomo solitario e chiuso in se stesso che egli vorrebbe aiutare per impedirgli di correre verso la rovina". Proprio grazie alla determinazione di Lantier, a poco a poco il loro teso faccia a faccia si trasforma in "una conversazione tra commilitoni che la morte renderà presto uguali". liberandoli cosi da "tutti gli involucri della menzogna". Alla fine però, la chiave per entrare nell'animo del detenuto e nei suoi pensieri segreti, la fornirà Valentine, una giovane pacifista che per amore gli ha trasmesso la passione della lettura. Grazie a una vicenda semplice ma perfettamente dosata e costruita (non a  caso il lettore saprà solo alla fine di che cosa è accusato Morlac), Rufin trasforma una piccola storia di provincia in un apologo contro l'ingiustizia della guerra. Con accenti e atmosfere che ricordano al contempo Giono e Simenon, senza animosità e perfino con un po' di ironia, il romanziere smonta la retorica del coraggio e del patriottismo, denunciando «i generali, i politici di cui stanno al servizio e i mercanti di cannoni». Insomma, Il collare rosso è un bel romanzo sulla fine dell'idealismo militare, ma anche una parabola sul potere dei libri che rendono gli uomini consapevoli delle ingiustizie del mondo, spingedoli verso il folle sogno di una realtà senza guerre e dominata solo dalla fratellanza. Un sogno che per Rufin è il miglior modo per celebrare il centenario della grande guerra.