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C'è "Rosso caldo" chiude la trilogia di Patrizia Rinaldi

Autore: Cristiana Zagaria
Testata: La Repubblica Napoli
Data: 6 settembre 2014

Un giallo classico. Due indagini parallele. E due colpevoli da inseguire, pedinare, scovare. "Rosso caldo" è l'ultimo libro della trilogia di Patrizia Rinaldi. Come annuncia il titolo la vista ("Rosso"), non basta. Per risolvere il caso ci vuole l'aiuto degli altri sensi, come il tatto ("caldo") e l'olfatto (il profumo di glicine, mandorla e di orzata che attraversa le pagine scritte). Il lettore è avvertito: bisogna abbandonare le certezze. Detto questo, per chi segue le indagini di Blanca Occhiuzzi (basta leggere le prime 20 pagine per padroneggiare la storia) questo è il romanzo più riuscito della serie, perché la Rinaldi si concede un azzardo. Decide di non lasciare i personaggi identici a se stessi, ma li fa crescere, li fa confrontare con la vita e con le circostanze. Frana e si sbriciola per esempio il rapporto tra Blanca e la figlia adottiva (Ninì). Ma non è un artificio letterario, è l'effetto della vita. Cambia anche il rapporto tra Blanca e Liguri. Blanca ha 40 anni e il rapporto con la sua «guardia amorosa» si interrompe, viene ricucita e muta. Viene corteggiata da un altro poliziotto, Luigi Micheli, affidabile, presente, consolatorio. Cambia il commissario Martuscello, che perde la memoria. Ma la vera sopresa di "Rosso caldo" è Peppino Carità che assurge alla dimensione di vero e proprio personaggio. Come sempre presente e viva, affascinante discreta nella sua invadenza poi c'è Napoli, la Napoli dei vicoli più che delle piazze; dei palazzi, più che delle persone. Vi trovano posto e riconoscimento e dignità Alina e Mariarca Rosselli, le «cugine», coppia omosessuale. Cammeo sono i ragazzi. Patrizia Rinaldi, oltre a essere una giallista, è una scrittrice per ragazzi (uscito "Federico il pazzo" con Sinnos) e in "Rosso caldo" c'è una dichiarazione d'amore per i più giovani, nel personaggio di Ninì e in quello di Natalina.