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La frantumaglia di Elena Ferrante

Testata: Little Miss Book
Data: 8 settembre 2014

Ecco la mia ultima letture estiva, La frantumaglia di Elena Ferrante, una raccolta di saggi e contributi che riguardano i suoi tre romanzi – L'amore molesto, I giorni dell'abbandono e La figlia oscura – e non. Un libro dalla copertina evocativa che sottolinea il ricorrente mistero sulla sua identità, percepibile solo attraverso il corpo che in questo caso è scrittura, essenza e voce. Dopo aver letto queste pagine, una domanda mi è sorta spontanea: perché l'urgenza di scrivere per il vasto pubblico se si vuole salvaguardare la propria privacy e le proprie convinzioni? Tuttavia, ritrovo la sua penna anche in questo miscuglio di scritti, forse meno energica di una pagina narrata ma pur sempre la sua voce autentica e ferma. 

La frantumaglia è «una postfazione un po' densa» alle prime opere come scrive la Ferrante, almeno così era stata pensata, fino a diventare un libro a se stante come suggerisce la casa editrice e/o. È uno spazio che rivela la sua abilità riflessiva e narratrice. Raccoglie, innanzitutto, le comunicazioni con gli editori; l'intenso carteggio con Mario Martone a proposito della sceneggiatura de L'amore molesto; interviste per corrispondenza per alcuni periodici nazionali e stranieri; alcune lettere degli ascoltatori di Fahrenheit: qualche inedito dei primi romanzi non confluiti nelle edizioni finali e che, spesso, oggetto di spiegazione per rinforzare la propria visione letteraria o tipologia. Troviamo l'accenno a un presunto romanzo mai pervenuto alla casa editrice, qualche riflessione sulla situazione politica e ci riferiamo ai tempi in cui governava Berlusconi, tanto da ispirare un racconto breve. Ci sono le sue ansie di scrittrice, la sua ritrosia, la sua infanzia, i suoi studi, i suoi pensieri.  La domanda che ricorre con frequenza riguarda la volontà di mantenere l'anonimato. La scrittrice napoletana chiarisce come la sua scelta derivi da una precisa dalla necessità di proteggere i propri affetti e soprattutto dall'idea che il libro faccia il suo percorso letterario e non raccontare solo sprazzi di autobiografia. Il mercato editoriale costruisce un autore che è un personaggio, facendo così naufragare i contenuti. «La scrittura è uno svelarsi completo simile al rocchetto: era un momento che non volevo perdermi. Era quando il filo si assottigliava intorno al rocchetto, si assottigliava sempre più, diventava una copertura leggera e infine si srotolava del tutto, restava la coda che volava via anch'essa e lasciava il rocchetto nudo a ruotare ancora per qualche giro sul perno, finché si fermava svelando il suo colore vero, senza seduzione». Attingendo ai suoi ricordi e al lavoro materno, la Ferrante inquadra in questa metafora come già la scrittura riveli molto della personalità dell'autore. La scrittura vera, quella che conta, è opera dei lettori i quali danno più peso alle storie e non all'autore. «Scrivere sapendo di non dover apparire genera uno spazio di libertà creativa assoluta». Elsa Morante e Anna Maria Ortese della Città involontaria, sono fonte d'ispirazione per i suoi lavori e per le sue tematiche. C'è, soprattutto, una profonda riconoscenza alla Morante dello Scialle andaluso: «Nessuno, a cominciare dalle sarte delle madri, va a pensare che una madre abbia un corpo di donna». Elena ricorda queste parole in occasione della vittoria del premio Procida dedicato all'autrice scomparsa e riflette su quanto questa citazione abbia influenzato inconsapevolmente, prime e consapevolmente, poi la sua poetica. La Ferrante taglia, cuce, dà forma ai corpi femminili e li libera. Non li infagotta come le sarti delle madri ricordate dalla Morante. Questo libro è un laboratorio, una frantumaglia, pronunciato dalla madre con due m, la parola per un malessere indefinibile, «detriti su un'acqua limacciosa del cervello. […] Causava atti misteriosi, era all'origine di tutte le sofferenze non riconducibili a una sola evidentissima ragione», i pianti improvvisi della madre, «lacrime di frantumaglia». Indica, una crisi identitaria per cui tutto ciò che era stabile non lo è più, che ritrova sostanza solo attraverso la scrittura manifesto e, forse, liberazione finale. Una scrittrice senza volto, non accetta interviste, non ritira premi, non partecipa alle promozioni dei suoi libri. Una scrittrice che vive nel mistero e alimenta impensabili congetture sulla sua identità. Una scrittrice che scrive. Punto. Questo è Elena Ferrante.