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Uno pseudonimo e un’incredibile abilità letteraria: Elena Ferrante

Autore: Giulia Navarria
Testata: Il Click
Data: 15 settembre 2014

Uno stile estremamente lineare, scevro da ogni pomposità caratterizza la gradevole e disinvolta lettura dei romanzi di Elena Ferrante: un nome, quest’ultimo, del tutto fittizio, un’oscura facciata dietro cui si cela uno dei più grandi autori italiani del nostro tempo. Nulla si conosce della scrittrice (o dell’autore), a eccezione della provenienza napoletana e della felice pubblicazione di sette romanzi nell’arco di un ventennio.

Come di consuetudine, in risposta all’arbitrio di identità celata, segno di una reclamata intangibilità a tratti persino irritante agli occhi dei più curiosi, da un decennio a questa parte è dilagata quella che è stata definita la Elena Ferrante-mania. Trattasi non di un successo esclusivamente italiano, ma di un consenso incrementatosi in moltissimi paesi del mondo, in modo particolare negli Stati Uniti. Questo curioso tormento -certamente volto non solo a fini letterari- ha alimentato numerose dicerie, leggende, supposizioni e provocazioni. Elena Ferrante è una donna? È di sesso maschile? O, addirittura, chi può provare che non si tratti di un collettivo di scrittori? Ma niente e nessuno sembra riuscire anche solo a scalfire il muro che separa la scrittrice Elena Ferrante dalla sua vera ma enigmatica identità, dal suo volto, dalla persona che caparbiamente si cela dietro un nome così altisonante, capace di concepire storie e personaggi incredibilmente eccezionali. Ma è proprio la stessa scelta dello pseudonimo a rivelare un dato essenziale sull’autrice, riguardo alla sua, personale concezione dell’attività di scrittura. Elena Ferrante non esiste per amor di fama, non per volontà di merito, ma allo scopo di fornire testi totalmente incontaminati dall’icona del loro autore, da stimare esclusivamente per ciò ogni singola pagina rappresenta. E cosa sono, se non questo, gli scrittori? Uomini che sognano di poter dare in dono parte di se stessi, della propria abilità letteraria agli altri: storie, strappi di vita, insegnamenti, significati.

Il successo della scrittrice, esploso già con la pubblicazione dei primi due romanzi L’amore molesto (1992) e I giorni dell’abbandono (2002) -da cui sono tratte le omonime pellicole- dal 2011, anno di pubblicazione de L’amica geniale, ha raggiunto livelli di popolarità sempre più elevati, catturando e quindi costringendo i lettori ad imbattersi in una lettura senza fiato, incessantemente avvolta da un vortice di sentimenti, contemporaneamente pressoché corrispondente a quello non di uno, ma di due, e forse più personaggi. Il romanzo in questione non è che il primo volume di una tetralogia, che fende silenziosamente l’intera esistenza di due amiche, Lila ed Elena, nate nel medesimo rione di Napoli negli anni ‘50 del secolo scorso. È esattamente quello che viene definito un Bildungsroman, altresì noto come romanzo di formazione: un ciclo di storie, fascinosamente ruotanti attorno al medesimo fulcro, agli stessi due nuclei di vita, estremamente coinvolgente, contornato da una baraonda di pensieri e di emozioni in festa. L’intero ciclo de L’amica geniale, mantenendo sempre lo stile piacevolmente lineare che contraddistingue la scrittura della Ferrante, fornisce un incredibile quadro di quello che rappresentò un intero sessantennio di storia, di esistenze. Si tratta di romanzi in cui, nonostante venga mantenuta inviolata la centralità della storia tra le due amiche, emergono sottilmente tematiche estremamente importanti, contesti, dinamiche, cambiamenti di cui ancora oggi si possono scorgere gli strascichi.

L’amica geniale, Storia del nuovo cognome (2012) e Storia di chi fugge e di chi resta (2013) rivelano innanzitutto un altro volto dell’amicizia, mostrano senza filtri una versione indubbiamente singolare, per certi versi ripugnante di uno dei sentimenti più nobili degli esseri umani, mettendo nel contempo alla luce un’amara, certamente scomoda, traccia di verità. Il sentimento che trapassa i cuori di Lila ed Elena è indiscutibilmente un sentimento di amicizia, che si manifesta tuttavia in forme continuamente differenti, trasmettendo un senso di disorientante, tuttavia piacevole, instabilità. Le vicende che si trovano a dover affrontare le protagoniste mostrano -come dichiarato dalla stessa autrice in un intervista al Corriere della Sera- quanto, a momenti alterni, entrambe riescano a costituire una reciproca fonte di forza, di risolutezza a cui attingere furtivamente. «Ma attenzione: non solo nel senso di aiutarsi, ma anche nel senso di saccheggiarsi, rubarsi sentimento e intelligenza, levarsi reciprocamente energia». Lila ed Elena sono la prova che dalla cattiveria, dall’ossessione- o spesso dalla consapevolezza- della propria condizione di inferiorità, si può trarre forza, scatenare dentro di se una terribile, esplosiva potenza.

A fare da scenario al continuo rapporto di amore e odio tra le due protagoniste vi è inizialmente la Napoli degli anni ‘50: non la Napoli perbene, benestante ed istruita, ma la Napoli dei rioni malfamati, delle numerose famiglie in cui si vedeva consumarsi una povertà che si cercava, maldestramente, di mascherare. È la Napoli della miseria, della volgarità, della violenza, in cui non servono le buone maniere, il linguaggio pacato e forbito preteso dalle scuole. È la Napoli in cui una giovanissima donna non ha altro destino e prospettiva che il matrimonio, e ci si adoperava, con tutti i mezzi in proprio possesso, ad accaparrarsi il miglior partito possibile. Ma la crescita, la maturazione di Lila ed Elena è anche inserita in un contesto in grande cambiamento. È il periodo del tanto acclamato miracolo economico, con il quale molti italiani passarono –almeno apparentemente- da condizioni di incredibile miseria, a livelli di agiatezza mai visti precedentemente. Ed è proprio a partire da questo punto che la Ferrante pone un centro di riflessione, un interrogativo su cui ci si dovrà soffermare spesso nello svolgersi della storia, seppur in circostanze e su personalità differenti: è realmente possibile negare le proprie origini, i propri legami di sangue? Fino a che punto ci è concesso rimuovere la nostra provenienza, addomesticare atteggiamenti, propensioni che, come un istinto naturale, ci chiamano a se? Quanto può davvero la ricchezza mascherare la vera essenza di un uomo? Il ciclo L’amica geniale presenta personaggi che sembrano possedere una sorta di eschilea ereditarietà della colpa, una predisposizione dell’essere e all’errore alla quale, nonostante gli affanni, non è possibile sottrarsi.

Elena Ferrante continua dunque a sorprendere, entusiasmare ed arricchire i propri lettori con ogni suo romanzo, con ogni storia a cui dona vita grazie alla sua impareggiabile abilità narrativa. Davanti a un successo di tale portata, cari lettori, vi sottopongo a un ultimo interrogativo: è realmente importante essere a conoscenza del nome, del volto, del percorso di vita di un autore? Non siamo forse, proprio grazie a questo velo di ignoranza, fortunati beneficiari di un dono incontaminabile, di pagine da stimare per ciò che rappresentano, per il significato che detengono, e non per la mano che le ha scritte, per la mente che le ha ideate?