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Torna un piccolo classico di Joan Didion, Democracy. Per narrare la prima caduta dell’impero

Autore: Franco Marcoaldi
Testata: Repubblica D
Data: 20 settembre 2014

A ll’inizio della lettura di Democracy si ha l’impressione di trovarsi dentro un’atmosfera analoga e rovesciata rispetto a quella del romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Anche qui infatti l’autore irrompe sulla scena, prende direttamente parte alle sorti del racconto e avanza una serie di ipotesi sui possibili sviluppi della vicenda. Solo che Joan Didion, a differenza di Calvino, non imbocca le tante, diverse strade che lascia intravedere, ma al contrario le abbandona rapidamente. Le lascia cadere una dopo l’altra. Concentrandosi sul suo vero, unico obiettivo: raccontare l’intreccio tra le parabole esistenziali dei diversi protagonisti (essenzialmente tre: Inez, Harry e Jack) e il contesto politico circostante. Harry Victor è un membro influente del Congresso americano che a un certo punto farà il passo più lungo della gamba, presentandosi senza successo alle elezioni presidenziali. Inez è la sua bella moglie, che saltabecca tra i più diversi impegni mondano-umanitari come spesso accade a una first lady in pectore. Jack Lovett è un uomo solitario ed enigmatico che traffica ad altissimo livello in mezzo mondo, muovendo enormi quantità di soldi e armi con metodi non propriamente leciti.
Inez e Jack vivono da decenni una sotterranea storia d’amore che nulla e nessuno è in grado di arrestare. Da un incontro all’altro possono trascorrere anche degli anni: i loro cuori restano comunque indissolubilmente legati. Ed è l’intero pianeta a punteggiare quegli incontri: Honolulu come Washington, Giacarta come New York. Perché a Joan Didion preme raccontare - lungo un arco temporale che va dall’immediato dopoguerra fino alla metà degli anni 70 - il cambiamento epocale di una politica americana imperialista, preda di un sistema mediatico sempre più cinico e sprovvista ormai della benché minima moralità.
Non a caso la storia trova il suo fuoco irradiante nei giorni drammatici della disfatta vietnamita, con l’abbandono precipitoso dell’ambasciata di Saigon. Siamo nel 1975 e quella data segna un punto di non ritorno: non soltanto per una certa idea di politica (e si coglie qui tutta l’ironia del titolo Democracy), ma anche per le vite dei protagonisti. In pochi mesi tutto si sfalda: la vita familiare di Inez e Harry va definitivamente in pezzi, ma per Inez, che nel frattempo ha deciso di seguire Jack, le cose non andranno affatto meglio. Al contrario: le malefatte dell’uomo vengono finalmente a galla negli stessi giorni in cui, all’insaputa del mondo, Jack muore improvvisamente nella piscina di un hotel di Giacarta. Ora Inez è veramente sola e si ritira per sempre a Kuala Lumpur, cercando vanamente di ritessere i fili della propria esistenza. A chi le chiede perché abbia scelto di trascorrere proprio lì il resto dei suoi giorni, risponde con poche, telegrafiche parole: «Colori, umidità, calore, l’aria abbastanza azzurra». Quanto le rimane di una vita solo in apparenza dorata.