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La ragazza che appendeva i suoi romanzi alle pareti

Autore: Marco Rossari
Testata: Pagina 99
Data: 27 settembre 2014

Dell'autrice (giustamente) osannata in tutto il mondo torna in libreria Democracy, storia intima di una famiglia sullo sfondo di una storia collettiva con le sue interpretazioni

Nel suo appartamento una ragazza passa la notte a scrivere. Non segue un filo: butta giù una serie di scene, che poi incolla tra loro e appende al muro. Di giorno lavoro e alla sera ritorna a quella parete dove trova parole e immagini sospese. Per qualche settimana non le tocca. Poi ne stacca una e comincia a lavorarci. Da quelle strisce uscirà il primo abbozzo di romanzo, che verrà rifiutato da dodici editori.
La ragazza si chiama Joana Didion, è cresciuta in California, ma a causa del lavoro del padre - pilota militare - s'è spostata di continuo, regalandole la costanza dell'irrequietezza. Di una magrezza nervosa ed elegante, per nulla fragile, con uno sguardo apparentemente inerme a scrutare il mondo, a ventun anni grazie al Prix de Paris vince un lavoro a Vogue, dove impara non solo a scrivere da copy, ma a descrivere i personaggi anche per ciò che indossano e per le case che abitano (come scrive in Prendila così: «Sapeva tutto, per esempio, in fatto di scarpe, e poteva sempre distinguere tra il braccialetto vero e la divertente imitazione del braccialetto vero»).
Nel '63 esordisce con Run, River (il romanzo appeso alle pareti di casa, inedito in Italia) e da quel momento inizia una carriera che di lì a dieci anni la porta a venire antologizzata - insieme a Hunter S. Thompson, Norman Mailer, Truman Capote e tanti altri - in una delle raccolte più celebrate e influenti di tutto il secolo, ossia The New Journalism, curata da Tom Wolfe e improntata a restituire dignità letteraria alla cronaca (o viceversa).
Su quella miscellanea, trova anche spazio l'uomo che le starà a fianco per quarant'anni, John Gregory Dunne. Più avanti Joan Didion sceglierà di intitolare un'antologia personale Per vivere ci raccontiamo delle storie e in effetti la coppia diventa una fucina di narrazioni e lavoro, mettendo perfino in piedi una piccola casa di produzione - paradosso tragico: il legame collaborativo arriverà a superare la soglia della morte, con L'anno del pensiero magico, il memoir sulla morte del marito per cui vincerà il National Book Award.) Scrivono insieme Panico a Needle Park, con un giovane Al Pacino in astinenza, e girano il mondo, dove la Didion con sua stessa sorpresa scopre di avere talento anche per scrivere di politica. Dallo sguardo verso quelle esperienze - dapprima la caduta di Saigon nel '75, quindi un reportage dal Salvador nell'83 - nasce un incandescente libretto dall'ironico titolo Democracy (traduzione di Rossella Bernascone, pp. 206, euro 16,50), riproposto nella collana "Gli intramontabili" dell'editore e/o, ultima incarnazione cartacea di Joan Didion in Italia, oggi quasi ottuagenaria, che alcuni editori - dopo i tentativi di Bompiani e Mondadori - provano a riportare al centro dell'attenzione.
Ambientato tra gli Stati Uniti e il sud-est asiatico, a metà anni settanta, il romanzo - o l'antiromanzo - si snoda attraverso un dolente ménage à trois in cerca d'autore. Quattro personaggi: Inez Victor, donna irrequieta e affascinante («una profuga di successo»); il marito Harry Victor, senatore americano ed ex candidato presidenziale; Jack Lovett, figura misteriosa, agente segreto o semplice faccendiere nelle zone interessate; e infine lei stessa, Joan Didion, alle prese sia con un libro abortito (avrebbe potuto scrivere una saga familiare, ora si ritrova solo con i «cocci di un romanzo»), sia con i propri ricordi intorno ai personaggi che forse ha frequentato e che quindi esistono realmente (o è solo un modo per renderli più credibili a noi, quindi a se stessa, vista l'impasse creativa?). Sullo sfondo la Storia collettiva con le sue interpretazioni e la storia intima di una famiglia con le sue durezze.
Se l'ammirazione per Hemingway le ha dato il senso della frase e l'amore per Henry James quello per la struttura (il risultato  almeno qui, il discorso per la nonfiction è diverso - è uno stile confondente che sembra allo stesso tempo diretto ed elusivo), il padrino di questo libro è un altro. In un'intervista la Didion racconta di non aver mai iniziato un romanzo senza rileggere Vittoria di Conrad. «La storia è raccontata in terza persona. (...) Il narratore sembra averla sentita da gente che ha incontrato per caso nello Stretto di Malacca. Così c'è una distanziazione fantastica della storia, a parte il fatto che quando ti ci trovi in mezzo, resta molto immediata. (...) Apre le possibilità del romanzo».
Così, riecheggiando le pagine sparse del suo esordio (ma anche di questo romanzo ci sono state innumerevoli versioni), Democracy è un'ambiziosa riflessione metanarrativa, con una vicenda slogata cronologicamente e geograficamente, scritta in una prosa nervosa e non-lineare, dove Didion ci invita a entrare ma da cui prende le distanze. «Chiamatemi l'autore scrive, parodiando Melville ma anche accennando alla lotta estenuante con la creazione.
Autrice di saggi, romanzi, sceneggiature (stiamo parlando di una penna a cui De Niro chiese di scrivergli un'intera scena senza dialogo), qui la Didion naviga tra la mimesi nella realtà della finzione e la resistenza alla perdita di contatto con la realtà. Usa il linguaggio diplomatico, alterna estratti autoptici a frammenti di giornali, vaga tra una versione e l'altra della sua storia, pur lasciando intendere di aver inventato tutto. Che cos'è la vita pubblica? E come esportare una democrazia già fragile al suo interno, come avventurarsi nel territorio delle passioni dopo un trauma famigliare? E la Storia è una perdita continua di memoria? Un labirinto di versioni soggettive, in una sorta di Rashomon al cubo, dove a smarrirsi è l'essere umano, come la figlia eroinomane che si avventura nel non-paese che sta tornando a essere il Vietnam - un punto qualsiasi dello scacchiere internazionale, un trauma da rimuovere per tutta l'opinione pubblica americana - dopo la disfatta? (non a caso la sua raccolta di scritti politici si intitola Political Fictions.) Attuale oggi come allora, Democracy insegna che la democrazia è un'opera aperta, un infernale lavoro di diplomazia e colpi di mano, una delicata operazione di audacia e mediazione - come un amore, come un romanzo.