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Perché gli italiani temono gli scippi e non chi scippa il futuro ai loro figli?

Autore: Simone Carletti
Testata: Liberazione
Data: 7 ottobre 2008

Laila Wadia scrittrice, insegnante, traduttrice di origine indiana residente a Trieste autrice del romanzo Amiche per la pelle su 4 donne alle prese con l'integrazione.

Laila Wadia vive da vent’anni in Italia, ma la sua città d’origine è l’indianissima Bombay. Scrittrice, insegnante e traduttrice, il suo nome è legato soprattutto ad un libro di successo pubblicato dalla casa editrice E/O nel 2007, Amiche per la pelle, che narra di una particolare abitazione di via Ungaretti, nel centro storico di Trieste, in cui coabitano quattro famiglie di immigrati, cinesi, indiani, bosniaci, albanesi, ansiosi di integrarsi nella nuova città d’adozione. In particolare il romanzo si sofferma sulla storia di quattro donne straniere alle prese con l’apprendimento della cultura e della lingua italiana. Per questo libro l’autrice ha vinto il premio Popoli in Cammino. Sabato 4 ottobre Laila Wadia ha partecipato al festival di Internazionale a Ferrara ad una tavola rotonda dal particolare tema “Cocco di mamma: gli uomini visti dalle donne straniere”. Al suo fianco c’erano la scrittrice somala Igiaba Scego, la ricercatrice taiwanese Chang Yafang e la giornalista olandese Pauline Valkenet. «Il mammismo fa comodo. Dire mammismo – spiega la scrittrice indiana - sembra quasi una cosa carina, in realtà c’è un dramma di fondo. Il mammismo è un grave atto di egoismo sia delle famiglie che dello Stato. Lo Stato infatti scarica tutto sulla famiglia e se ne lava le mani per non dare un futuro ai giovani. Trovo assurdo che tutti gli italiani siano preoccupati che la gente li scippi per strada, quando in realtà stanno scippando il futuro ai loro figli e se ne stanno zitti».

Lei è originaria di Bombay ma da anni risiede a Trieste. Per quale ragione ha scelto l’Italia, e in particolare questa città, per vivere?
Sono a Trieste dall’86. Il mio obiettivo all’inizio era l’America, poi ho vinto una borsa di studio di tre mesi in Italia e alla fine sono rimasta qui. La scelta di Trieste è stata casuale, nella vita le cose capitano sempre mentre fai altri programmi. A spingermi è stata la volontà di studiare alla scuola per traduttori e interpreti che si trova in questa città. Inoltre la mia borsa di studio era per Venezia, per cui è stata anche una scelta logistica. All’inizio non sapevo neanche dove fosse Trieste.

In Italia il problema dell’integrazione razziale è molto sentito. Nel suo libro Amiche per la pelle del 2007 lei affronta proprio questo tema. A che punto siamo in merito nel nostro Paese?
Siamo a un punto delicato, ma interessante. Sono gli italiani in questo momento che devono decidere che modello scegliere, che Paese e che futuro vogliono. Possono fare gli struzzi, far finta di niente e buttarla in demagogia oppure possono sfruttare la situazione e proporre una soluzione all’italiana, diversa da quella di altri Paesi, con tutte le conseguenze. L’Italia ha una situazione particolare: il fenomeno delle migrazioni è avvenuto in modo molto più veloce rispetto alle altre nazioni del mondo e quindi gli italiani d’un tratto hanno avuto a che fare con migliaia di immigrati. Quando sono arrivata io vent’anni fa eravamo quattro gatti e ho trovato molto interesse e curiosità verso lo straniero. Adesso invece la gente è spaventata, soprattutto perché non gli viene data una controinformazione. Le uniche fonti a cui ha accesso sono quelle dei mass media più diffusi, che dicono quello che dicono...

Le protagoniste del suo romanzo sono tutte donne. Lei ha affermato che in Italia e nel mondo l’integrazione passerà attraverso le donne. In che modo?
Le donne sono più in contatto con i figli e dunque danno un maggiore imprinting ai futuri cittadini del mondo. Se si investe sulle mamme loro lo trasmetteranno ai figli. In più le donne non hanno mai fatto le guerre, al contrario degli uomini, quindi se la donna avesse più voce potrebbe dare un altro punto di vista, più propositivo e meno aggressivo.

Crede che le donne immigrate in Italia possano contribuire ad aprire una strada verso l’integrazione?
Lo devono fare. Se non puoi interagire e parlare, come puoi integrarti con le persone? Le donne in tutte le società purtroppo sono in questo momento senza voce. Trovo pericoloso che le donne non esprimano tutti i loro timori e le loro speranze. Come modo di approcciarsi sono più disposte a sentire, ad essere aperte di vedute rispetto ai loro uomini, che magari per questioni di tempo non hanno la possibilità di frequentare persone di altri gruppi etnici o di altre nazionalità.

Si parla poco della comunità indiana che vive in Italia. Secondo lei chi sono esattamente e cosa cercano i suoi connazionali che arrivano nel nostro Paese?
Se ne parla poco perché in termini numerici gli immigrati indiani non sono molti, per motivi storici e linguistici scelgono Paesi di lingua anglosassone. In questo momento poi c’è un nuovo tipo di immigrato indiano, appartenente a una manodopera un po’ più qualificata di quella che l’Italia cerca, per cui non sono neanche spinti a venire. Per i lavori più umili preferiscono andare più vicino, come nell’Arabia Saudita dove magari guadagnano di più. In Italia vengono per svolgere determinati compiti: l’Emilia Romagna, ad esempio, è piena di indiani che lavorano nelle industrie agricole. La figura dell’indiano viene vista in particolare come adatta alla pastorizia o all’industria dell’alimentazione. Quello che mi fa piacere dire è che sempre meno indiani stanno emigrando: sta cambiando la situazione economica e industriale in India e in pochi cercano una vita migliore altrove.

Come giudica la trasformazione rapidissima in termini di sviluppo economico e culturale che sta subendo l’India in questi ultimi tempi?
Con sentimenti misti. Mi fa piacere che la gente rimanga e trovi da lavorare nel proprio Paese, che riesca a far sistema e a svilupparsi autonomamente. La domanda più importante che nessuno si pone è: perché tutti questi immigrati vengono in Italia, cosa succede nel loro Paese, a cosa stanno sfuggendo? In India piano piano le persone cominciano a stare meglio, non sono più sfruttate come lo erano in passato. C’è questo enorme ceto medio che sta crescendo con delle ripercussioni negative dal punto di vista ambientale. Inoltre bisogna tenere conto che sono le persone più qualificate e istruite quelle che stanno meglio, mentre la fascia più debole diventa sempre più povera.

Non teme che lo sviluppo dell’India si accompagni a un occidentalizzazione forzata che potrebbe sradicare il Paese dalle proprie origini culturali?
In parte. Si vede la differenza con la Cina, che ha avuto un boom in questo senso, dove si sono persi i punti di riferimento della propria cultura. In India le tradizioni culturali invece sono molto radicate e, anche se nelle metropoli qualcuno corre questi pericoli, c’è comunque una grandissima base culturale di indianità che dubito possa scomparire. L’India troverà la sua strada di sviluppo ed essa non sarà prettamente occidentale. Avverrà come per la lingua: in India si parla un inglese indianizzato. Per cui anche nello sviluppo si cercherà di mediare cultura, passato e storia indiane con i modelli occidentali.

Da straniera naturalizzata italiana, come vede a livello politico il futuro dell’Italia?
In questo momento nero, sono preoccupatissima e spaventata un po’ dallo scenario globale, ma in particolare dall’Italia che si sta sempre più concentrando su se stessa. Qui non si è ancora capito che l’Italia non è l’ombelico del mondo. L’ho capito insegnando ai miei studenti: sono molto preoccupata per la loro competitività a livello mondiale.

Ha scritto i suoi libri utilizzando la lingua italiana. Sente mai l’esigenza di scrivere ed esprimersi attraverso la sua lingua d’origine?
In parte lo faccio già. Se mi nasce un’idea in inglese la scrivo in inglese e viceversa con l’italiano. Credo che scrivere in italiano per gli italiani sia molto più immediato e spontaneo. La lingua del mio presente è l’italiano, l’inglese lo è stata della mia formazione, però in questo momento appartiene al passato.

Sta lavorando a un nuovo romanzo?
Sì, sto scrivendo un libro sull’italianità. Vorrei vedere cosa significa veramente essere italiani, visto che adesso lo si sbandiera spesso. Capire in cosa siamo diversi, se lo siamo.