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Libri. “Nel posto sbagliato” di Poldelmengo e il baratto privacy/sicurezza

Autore: Roberto Alfatti Appetiti
Testata: Barbadillo
Data: 7 ottobre 2014

La sicurezza costa. Non parliamo degli stipendi, modesti, delle forze dell’ordine, né degli strumenti, quanto meno inadeguati, messi a loro disposizione. Il prezzo da pagare è rappresentato, a volte, da una drastica limitazione delle libertà personali. Il fine giustifica i mezzi e il bene deve sconfiggere il male. Chi non desidererebbe, del resto, una società in cui i criminali venissero puniti tempestivamente e con severità? La prevenzione non è possibile, se non nella fiction. Nel 2002 Steven Spielberg – ispirandosi liberamente a un racconto di Philip K. Dick – ha portato sul grande schermo un sistema particolarmente efficace affidato alla sezione “precrimine”: grazie ai poteri extrasensoriali di individui particolarmente dotati, la polizia impedisce gli omicidi prima ancora che essi avvengano. Presunzione di colpevolezza. Risultato: nella Washington del 2054 non ci sono più reati. Ma è un film.

Il commissario Vincent Tripaldi, protagonista de Nel posto sbagliato, il nuovo avvincente romanzo noir di Luca Poldelmengo da domani in libreria, è un “collega” del capitano John Anderton, interpretato da Tom Cruise in Minority Report, ma si muove nell’attualità italiana e con tecniche investigative che in alcuni Paesi non sono poi così avveniristiche: l’ipnosi finalizzata ad aumentare la capacità di rievocare i ricordi. L’FBI ne ha fatto quasi un fiore all’occhiello. Più discreti, si fa per dire, ma certamente non più teneri, i servizi segreti di civilissimi sistemi democratici. Quel che all’opinione pubblica interessa, in fin dei conti, è che i cattivi vengano assicurati alla giustizia. E “Giustizia e Sicurezza” sono le parole d’ordine dell’anziano leader conservatore, Benedetto Lacroix, il premier che dà copertura politica alla Red, corpo scelto – letteralmente, nessuno ne fa parte per caso – che grazie alla più avanzata scienza medica può garantire risultati inimmaginabili. L’immaginazione, invece, non manca all’autore, quarantenne sceneggiatore cinematografico che, alla terza prova da romanziere, mescolando abilmente due ingredienti solo apparentemente incompatibili, Realpolitik e fantapolitica, ci pone di fronte a una delle questioni più scottanti dei nostri giorni: quante libertà personali siamo disposti a sacrificare in nome di una teorica sicurezza collettiva? Di fronte ai pericoli più oscuri e ai reati più efferati, è lecito calpestare i diritti degli individui? E quanto è conculcabile la nostra privacy?

Non c’è polemica sull’uso di intercettazioni che possano dimostrarsi penalmente irrilevanti. Di avvisi di garanzia recapitati direttamente ai mass media. Non si discute di metodi più o meno convenzionali di condurre l’interrogatorio di un sospettato. L’asticella è più bassa. Nel romanzo di Poldelmengo, a essere sottoposti a ipermnesia ipnotica – formula il cui nome è di per sé minaccioso – non sono gli indagati ma persone la cui unica “colpa” è quella di essersi trovate nelle vicinanze del luogo in cui si è consumato un evento delittuoso. Non sono testimoni perché non sanno di esserlo, non ne hanno la necessaria consapevolezza semplicemente perché non si sono accorti di nulla. Alla Red non interessa ciò che sai, ma ciò che contieni. Come diventa possibile tutto questo? Un elaboratore traccia in tempo reale le posizioni di tutti i cellulari e ne registra costantemente le coordinate, così da poter rintracciare chiunque sia stato presente nei pressi di un delitto. Se la persona, per quanto in buona fede, non è in grado di ricordare, ecco pronto l’aiutino. Grazie all’ipnosi e a una placca metallica sulla fronte, è possibile visualizzarne i ricordi come si riavvolgerebbe il nastro di un registratore. Il tutto, ovviamente, senza chiedere ad alcuno l’autorizzazione, tantomeno all’interessato, neanche camuffandola da consenso disinformato. I risultati parrebbero dare ragione al primo ministro ma l’ipermnesia ipnotica, come suggerisce l’etimologia, va oltre la memoria e rischia di provocare qualche cortocircuito. Personale e politico. Chi sarà l’ultimo a beneficiarne? Il canuto conservatore o il giovane capo dell’opposizione, il progressista Mattia Manera, finto buono con alle spalle una solerte militanza negli scout, che dichiara di avere solo avversari e non nemici ma altrettanto ambizioso e cinico nel cavalcare la paura dei cittadini? Volto da bravo ragazzo, look informale, eloquio disinvolto, quello tratteggiato da Poldelmengo è un profilo che ci ricorda qualcuno, sin dalla pianificata ascesa politica: “L’estrazione sociale, la formazione cattolica e una certa visione comune su alcuni temi politici sembravano collocarlo tra le fila dei conservatori. Ciononostante aveva preferito aderire all’altra compagine, quella dei progressisti, intuendo, quasi divinando, che lì vi fosse lo spazio, che era lì che mancava un leader”. Il leader giusto nel posto sbagliato o viceversa?

Comunque la si pensi al riguardo, nel romanzo di Poldelmengo non c’è alcuna concessione al manicheismo imperante e il confine tra bene e male, come nella realtà, è meno marcato di quanto si creda. Finché il sequel, eventualmente, non li separi.