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Cercare di capire Elena Ferrante (parte prima, probabilmente)

Autore: Giulio D'Antona
Testata: L'Espresso
Data: 17 ottobre 2014
URL: http://americanish.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/10/17/cercare-di-capire-elena-ferrante-parte-prima-probabilmente/

Ho parlato di Elena Ferrante più o meno con tutti e ancora non sono persuaso. La domanda con cui sono sceso dall’aereo e mi sono addentrato tra la folla di scrittori, editori, giornalisti, agenti, addetti stampa e persone che girano attorno all’editoria che popolano New York, non è tanto «perché Elena Ferrante?», quanto «perché solo Elena Ferrante?». E perché ora e con questo fermento travolgente.

Una delle più fornite librerie indipendenti di Brooklyn (hipster free, quasi)

Un paio di giorni fa ho pranzato con Michael Reynolds, editor in chief diEuropa editions, la casa editrice che pubblica Ferrante negli Stati Uniti — che poi è la stessa che la pubblica in Italia, e/o, e anche questa è una storia molto interessante — e editor di Ferrante in inglese. Mi racconta che la cosiddetta tetralogia di Napoli, che per ora ha visto i primi tre libri pubblicati in USA, ha venduto circa centocinquantamila copie e che è ancora ampiamente sulla cresta dell’onda. Il discorso gira attorno al fatto che sia una scrittrice donna e che ci fosse bisogno di una voce femminile tanto intensa, in questo momento. Posso essere d’accordo, ma ancora non mi spiego come un mercato estremamente poco estrerofilo — solamente l’uno o il due percento dei libri venduti in Nord America sono tradotti — ma comunque in grado di premiare con un milione di copie vendute un libro come L’eleganza del riccio, quindi in grado di riconoscere una qualità oggettiva al di fuori del Paese di provenienza, abbia lasciato passare più di vent’anni tra la scoperta di due bestseller italiani.

«I lettori non stanno a vedere da dove viene il libro, di che nazionalità è chi lo ha scritto o da che lingua è stato tradotto. Cercano una bella storia, scritta bene. Ed è questo che gli editori dovrebbero dargli. Forse il discorso dello snobismo vale per i lettori newyorchesi o di San Francisco, ma poi c’è il resto del Paese che non fa alcuna distinzione. Se il libro è buono — e i libri di Ferrante sono buoni — lo leggono e si appassionano», continua Reynolds. «Gli editori dovrebbero affidarsi anche ai librai indipendenti, oltre che alle catene, soprattutto quelli medio-piccoli come siamo noi, che fanno un lavoro meraviglioso e appassionato, alimentando il passaparola, procurando eventi e presentazione e di fatto salvando l’industria. Rappresentano l’avanguardia e sono perfettamente orientati ai gusti del lettore».

Un’altro aspetto di questa questione è che Ferrante, alla sua prima uscita in Italia, non era stata accolta se non con un tiepido cenno d’assenso, sia dalla critica che, soprattutto dai lettori. Dopo aver fatto il giro del globo, essere finita tra i bestseller del New York Times e recensita con onore sul New Yorker, è tornata indietro. E questo ha fatto storcere il naso alla critica italiana che le ha servito una doccia fredda di bentornata. «È un atteggiamento tipico, quello di snobbare i prodotti che ci stanno vicini e lasciare che siano altri a riscoprirli. Ma sicuramente ora i lettori italiani l’hanno potuta apprezzare come se fosse la prima volta». È così. E devo dire, pur essendo stato inizialmente uno dei critici meno disposti e ancora non un Ferrante-fan, che ne sono felice. Rimane aperta la mia domanda: perché tra Umberto Eco e Elena Ferrante siamo stati condannati al vuoto di rappresentanza — prevengo i commenti: altri scrittori sono stati tradotti, ma di fatto non hanno mosso il piazzamento — ? Sia io che Reynolds solleviamo le spalle e non andiamo a cercare risposte abusate o prive di fondamento. Una decina di giorni fa, parlavamo della stessa cosa con Marco Roth e giungevamo più o meno alle stesse conclusioni: non si può prevedere un successo del genere, arriva perché qualcuno dei fattori sconnessi dell’industria ha funzionato e ha fatto funzionare gli altri. Sicuramente l’abilità dell’autore aiuta, ma senza un bravo editore in grado di vendere il prodotto per quello che è, con la giusta dose di abilità pubblicitaria e di onestà intellettuale, non conquisterà la critica. E senza la critica si perde una buona fetta dei lettori americani.

«Il mestiere di un editore è quello di assumersi un rischio e in questo scenario è l’unica cosa che possiamo fare. Se non siamo disposti a prendere il rischio di pubblicare, forse dovremmo cambiare mestiere, prima di lamentarci della crisi del settore. Un alibi perfetto è quello di prendersela con i grandi gruppi, ma loro fanno il loro e noi facciamo il nostro. Non è certo da questo che dipende il futuro dell’editoria». Europa, come e/o, ci mette la passione e lo ha dimostrato aprendo all’America dieci anni fa e continuando a pubblicare traduzioni, ma non soltanto ed è questo che le ha garantito un buon piazzamento. «Poi ci sono casi in cui un grande editore spara troppo alto, penso all’anticipo di tre milioni di dollari dato a Lena Dunham per la sua autobiografia. Questo non lo so spiegare».

Poco importa, da questa parte dell’Atlantico i libri di Elena Ferrante sono un must-read e il fenomeno sembra destinato a durare. Bene per i suoi editori e per lei. Certo, rimane il fatto che nessuno sa chi sia, che non sia stata mai vista in pubblico, che risponda alle interviste se non via mail e che potrebbe essere un uomo — vanificando dunque tutto il ragionamento sul’importanza di una scrittrice donna. Ma se anche fosse Domenico Starnone come dice qualcuno, ben venga. Anche lui se lo merita. @GiulioGDAntona | #Americanish