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Anteprima – Il silenzio delle conchiglie, di Helen Keller

Testata: Holden and Company
Data: 21 ottobre 2014

Se non l’avete mai sentita nominare, forse vi interesserà sapere che Helen Keller (1880-1968) è stata una delle donne più importanti d’America. Quando pubblica The Story of My Life, ha 22 anni ed è cieca e sorda da oltre 20: da quando, all’età di 19 mesi, una malattia non ancora ben identificata l’aveva privata completamente di ogni facoltà di entrare in contatto con il mondo. A salvarla dall’isolamento a cui sembra condannata sono un benefattore di nome Alexander Graham Bell (proprioquel Bell) e un’insegnante, Anne Sullivan, a sua volta cieca e pioniera dell’istruzione dei sordociechi alla Perkins School for the Blind. Con l’aiuto di Anne, e sorretta dalla determinazione di un’incrollabile forza vitale, a sette anni Helen Keller può finalmente cominciare a prendere confidenza con un mondo in cui fino a quel momento ha vissuto al buio. Grazie all’alfabeto manuale impara a leggere e scrivere, studia cinque lingue, attraversa tutti i livelli di istruzione fino al Radcliffe College, dove si laurea magna cum laude a 24 anni. Diventa avvocato per i diritti civili dei disabili, suffragetta, attivista politica, conosce quattordici presidenti degli Stati Uniti e rende la Helen Keller International Organization una delle più importanti fondazioni no profit del mondo.

A dispetto del titolo, The Story of My Life non contiene quasi nessuna di queste vicende: semplicemente perché non erano ancora accadute. Eppure la storia che Helen Keller ci racconta in queste pagine è altrettanto ricca di quella che era destinata a vivere in seguito: parla dell’amore per la vita di una bambina che in mano sembrava avere tutte le carte sbagliate del mazzo, “un piccolo concentrato di possibilità” che riuscì, senza mai lasciarsi abbattere, a mostrare che nessun limite è insuperabile, con la giusta dose di amore e volontà. La gioia per il mare e la neve e la passione per la letteratura e la storia, la paura degli esami universitari, la curiosità per il mondo e l’ambizione per il futuro: The Story fo My Life è un libro dolce e pieno di speranza, e risplende davvero come un sorridente raggio di luce.

The Story of My Life torna domani in libreria, dopo più di trent’anni di assenza, nella collana “Gli Intramontabili” delle edizioni e/o, con il titolo Il silenzio delle conchiglie (traduzione di Maddalena Gentili). Qui di seguito, su gentile concessione della e/o, pubblico in anteprima il capitolo quarto, dedicato al primo incontro tra Helen Keller e Anne Sullivan.

* * * *

Il giorno che ricordo come il più importante della mia vita è quello in cui Anne Mansfield Sullivan, la mia insegnante, arrivò da me. È grande il mio stupore quando ripenso alla differenza incommensurabile tra le due vite unite da questo arrivo. Era il tre marzo 1887, tre mesi prima del mio settimo compleanno. Nel pomeriggio di quel giorno speciale stavo sulla veranda, in muta attesa. Avevo capito vagamente dai segni di mia madre e da quel correre a destra e sinistra per casa che qualcosa di insolito stava per accadere, e quindi mi misi sulla porta e aspettai sulle scale. Il sole pomeridiano filtrava attraverso la massa di caprifoglio che ricopriva il portico, ricadendomi sul volto rivolto all’insù. Le dita indugiavano quasi in con sapevolmente sulle foglie e i fiori familiari appena fioriti per salutare la dolce primavera del sud. Non sapevo quali meraviglie e sorprese mi serbasse il futuro. Rabbia e amarezza avevano avuto la meglio su di me per settimane e una stasi profonda aveva preso il posto dei miei sforzi appassionati.

Siete mai stati al mare, circondati da una nebbia densa, quando quella oscurità bianca e tangibile vi intrappola? Come una grande nave, tesa, ansiosa, cerca a tentoni la direzione della spiaggia con lo scandaglio e la sonda, tu aspetti, con il cuore che batte, in attesa che accada qualcosa. Prima che iniziasse la mia istruzione mi sentivo come quella nave, ma non avevo né bussola né una sonda, e non disponevo di alcun modo per sapere quanto vicino fosse il porto. “Luce! Datemi luce!” era il pianto privo di parole della mia anima, e in quel momento la luce dell’amore brillò su di me.

Sentivo l’avanzare dei passi. Allungai la mano pensando che fosse mia madre. Qualcuno la prese, fui tirata su e tenuta stretta tra le braccia di colei che mi avrebbe rivelato ogni cosa e, soprattutto, che mi avrebbe amata.

1888, Helen Keller e Anne Sullivan (R. Stanton Avery Special Collections, New England Historic Genealogical Society)

1888, Helen Keller e Anne Sullivan (R. Stanton Avery Special Collections, New England Historic Genealogical Society)

La mattina seguente Miss Sullivan mi condusse nella sua stanza e mi diede una bambola. L’avevano mandata le bambine cieche del Perkins Institution e Laura Bridgman l’aveva vestita, ma questo lo venni a sapere solo in seguito. Dopo averci giocato per un po’, Miss Sullivan lentamente compitò sulla mia mano la parola “b-a-m-b-o-l-a”. Inizialmente ero interessata a questo gioco con le dita e cercai di imitarlo. Quando finalmente riuscii ad articolare le lettere correttamente fui inondata di felicità e orgoglio di bambina.

Corsi al piano di sotto da mia madre, allungai la mano e ripetei le lettere per bambola. Non avevo idea del fatto che stessi compitando una parola o addirittura che le parole esistessero, stavo semplicemente muovendo le mie dita per imitazione, come una scimmietta. Nei giorni seguenti imparai ad articolare in questa maniera incomprensibile moltissime parole, tra cui spilla, cappello, tazza e alcuni verbi come sedersi, alzarsi e camminare. Ma prima di capire che ogni cosa aveva un nome, dovettero passare molte settimane.

Un giorno, mentre giocavo con la mia nuova bambola, Miss Sullivan prese la mia grande bambola di pezza e me la mise in grembo, compitò “b-a-m-b-o-l-a” e cercò di farmi capire che “b-a-m-b-o-l-a” si riferiva a entrambe. Precedentemente, quel giorno, avevamo avuto un battibecco sulle parole “t-a-z-z-a” e “a-c-q-u-a”. Miss Sullivan aveva provato a insegnarmi che “t-az-z-a” significa “tazza” e che “a-c-q-u-a” significa “acqua”, ma continuavo a confonderle. Sconfortata, aveva lasciato correre per il momento, per poi tornare sull’argomento appena ci fosse stata l’opportunità. Diventai impaziente di fronte ai suoi ripetuti tentativi e, afferrata la nuova bambola, la scaraventai a terra. Fui profondamente soddisfatta quando sentii i frammenti della bambola rotta ai miei piedi. Dopo questo eccesso non ci furono né tristezza né rimpianto. Non avevo voluto bene a quella bambola. Nel mondo buio e immobile in cui vivevo non c’erano sentimenti forti o dolcezza. Percepii la mia insegnante rimuovere i frammenti spingendoli in un angolo vicino al caminetto e sentii una sorta di soddisfazione, la causa del mio malessere era stata rimossa. Mi portò il cappello, sapevo che saremmo andate fuori, al caldo assolato. Questo pensiero, se così può essere chiamata una sensazione priva di parole, mi fece saltellare di gioia da un piede all’altro.

Camminammo lungo il sentiero che conduce al pozzo da giardino, seguendo la fragranza del caprifoglio che lo ricopre. Qualcuno stava prendendo l’acqua e la mia insegnante mise le mie mani sotto il getto. Nel momento in cui il getto freddo fluì su una mano, compitò nell’altra la parola “acqua”, prima lentamente poi più veloce. Rimasi immobile, l’attenzione rivolta totalmente al movimento delle dita. Improvvisamente sentii la coscienza confusa di un qualcosa dimenticato, il brivido di un pensiero che ritorna e, non so come, il mistero del linguaggio mi fu rivelato. Sapevo che “a-c-q-u-a” significava quella cosa fresca e meravigliosa che mi stava fluendo sulla mano. La parola, viva, risvegliò la mia anima, dandole luce, speranza, gioia, la rese libera! C’erano ancora degli ostacoli, è vero, ma ostacoli che, con il tempo, potevano essere superati.
Andai via dal pozzo desiderosa di imparare. Ogni cosa aveva un nome e ogni nome dava vita a un nuovo pensiero. Ritornando verso casa, ogni oggetto sul quale poggiavo le mani sembrava crepitare di vita. Questo perché guardavo a ogni cosa con quella strana, nuova vista che era venuta a me. Entrando dalla porta mi ricordai della bambola che avevo rotto. Andai vicino al camino e raccolsi i pezzi. Provai invano a rimetterli insieme. Allora i miei occhi si riempirono di lacrime, realizzando cosa avevo fatto, e per la prima volta provai pentimento e dolore.

Imparai moltissime parole nuove quel giorno. Non me le ricordo tutte, ma mamma, papà, sorella, insegnante erano alcune di quelle, parole che avrebbero fatto fiorire il mio mondo “come la verga d’Aronne con i fiori”. Sarebbe stato difficile trovare qualcuno più felice di me mentre mi sdraiavo sul mio giaciglio alla fine di quel giorno pieno di eventi, rivivendo la gioia che mi aveva portato, e per la prima volta desiderai l’arrivo di un giorno nuovo.

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OFF TOPIC: preparando quest’anteprima, ho scoperto che quel simpaticone di Ross Patterson nel 2012 ha promosso un crowdfounding per realizzare un film dedicato a Helen Keller: il film doveva intitolarsi Helen Keller vs Nightwolves, e avrebbe visto la nostra impegnata a combattere i lupi mannari servendosi solo dei suoi sensi super-acuiti. Malgrado la scelta storicamente ineccepibile (?) di Jessie Wiseman per interpretare la Keller, Patterson ha raccolto solo 29.000 dollari dei 150.000 che gli servivano, e la cosa è finita in nulla. Peccato, perché il teaser poster era bello promettente.