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Elena Ferrante e gli scrittori invisibili

Autore: Luca Mastrantonio
Testata: Corriere della Sera
Data: 2 novembre 2014

I libri di Elena Ferrante stanno conquistando i mercati in lingua inglese risvegliando l’interesse per la sua misteriosa identità. Nelle ultime settimane l’autrice dell’ Amore molesto (1992), di cui è appena uscito Storia della bambina perduta, ultimo volume della tetralogia dell’ Amica geniale , sta conquistando pubblico e critica. Una «Febbre Ferrante», come recita la scritta al neon rosa con cui la libreria newyorkese McNally Jackson ha incorniciato un box dedicato ai libri di Ferrante. Così, critici e giornalisti di testate come The New Yorker a The Guardian si chiedono: chi è Elena Ferrante? Esiste davvero? È uno pseudonimo? Di un uomo o di una donna? È Domenico Starnone? Cos’è, sociopatia? Strategia mediatica? Un passo indietro a favore del testo?

Domande che da vent’anni in Italia non hanno risposta. Chi crede di averla trovata ha smesso di farsele: come Silvio Perrella, scrittore e critico che ha indicato nella moglie di Starnone, Anita Raja (traduttrice per e/o, casa editrice di Ferrante), il vertice del triangolo editoriale con il marito e i libri. Per altri, come Paolo Di Paolo, la congiura del silenzio è un «teatrino troppo furbo» ( La Stampa ) che rende le «soap opera » di Ferrante più interessanti di quello che sono. Ma perché è così «molesto» il mistero Ferrante? Forse l’assenza di un’autrice di largo successo dal circolo di festival, tv e derivati web (più virali oggi della tv di vent’anni fa) va contro il codice del presenzialismo imperante. Analizzato già nel 1973 da Guy Debord con La società dello spettacolo , indicando anche la via di fuga: farsi sfruttare o sottrarsi, sparendo. In Inghilterra lo fa regolarmente Banksy, artista di strada assai quotato e misterioso: in pochi dubitano della sua esistenza, ancora meno ne conoscono l’identità; la maschera dello pseudonimo gli permette di eludere la legge, non usurare il marchio e suscitare emozioni metropolitane globali, anonime-universali. La scozzese J.K. Rowling ha provato a scrivere un libro sotto pseudonimo, per scoprire però che senza «l’effetto Harry Potter» vende poco. L’invisibilità non sempre paga. Negli Usa l’arte della sottrazione biografica è stata praticata da J. D. Salinger (1919-2010), che non voleva fare i conti con il successo del Giovane Holden e il desiderio di empatia del lettore, che pure aveva ben descritto: un libro, dice Holden, ti piace davvero se dopo vuoi chiamare al telefono l’autore.

L’autorecluso americano più famoso oggi è Thomas Pynchon: a lungo si dubitò della sua esistenza, ma poi sono spuntate foto e informazioni attendibili. La vita è schermata, ma l’identità è autentificata. Lo stesso invece non si può dire di Ferrante. Per i più maliziosi, è un caso simile all’americano J. T. Leroy, nome con cui uscirono un paio di bestseller mondiali molto crudi, spacciati per autobiografici ( Sarah , 1999, e Ingannevole è il cuore più di ogni cosa , 2000); in realtà a scrivere era una donna, e l’attrice che impersonava l’autore ai festival era la sorellastra del compagno di lei: dopo la rottura, lui confessò l’inganno. E in Italia? Fece clamore Luther Blissett, pseudonimo collettivo degli autori di Q (1999). Ma è nella Francia del XVII secolo che c’è un interessante precedente di genere: Madame de La Fayette, madre del romanzo psicologico, opere come La Princesse de Clève le pubblicava anonime, perché quella letteratura violentemente intima era sconveniente per una nobile. Oggi, forse, sceglierebbe uno pseudonimo.