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STORIA DELLA BAMBINA PERDUTA, di Elena Ferrante (un estratto)

Autore: Massimo Maugeri
Testata: Letteratitudine
Data: 8 novembre 2014

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo un estratto del romanzoSTORIA DELLA BAMBINA PERDUTA di Elena Ferrante il quarto e ultimo volume dell’Amica geniale, la saga italiana che ha avuto più successo in questi anni, confermando l’autrice, già conosciuta per i precedenti romanzi, come una delle massime scrittrici al mondo.

La scheda del libro

Le due protagoniste Lina (o Lila) ed Elena (o Lenù) sono ormai adulte, con alle spalle delle vite piene di avvenimenti, scoperte, cadute e “rinascite”.  Ambedue hanno lottato per uscire dal rione natale, una prigione di conformismo, violenze e legami difficili da spezzare. Elena è diventata una scrittrice affermata, ha lasciato Napoli, si è sposata e poi separata, ha avuto due figlie e ora torna a Napoli per inseguire un amore giovanile che si è di nuovo materializzato nella sua nuova vita. Lila è rimasta a Napoli, più invischiata nei rapporti familiari e camorristici, ma si è inventata una sorprendente carriera di imprenditrice informatica ed esercita più che mai il suo affascinante e carismatico ruolo di leader nascosta ma reale del rione (cosa che la porterà tra l’altro allo scontro con i potenti fratelli  Solara).Ma il romanzo è soprattutto la storia di un rapporto di amicizia, dove le due donne, veri e propri poli opposti di una stessa forza, si scontrano e s’incontrano, s’influenzano a vicenda, si allontanano e poi si ritrovano, si invidiano e si ammirano.Attraverso nuove prove che la vita pone loro davanti, scoprono in se stesse e nell’altra sempre nuovi aspetti delle loro personalità e del  loro legame d’amicizia. Intanto la storia d’Italia e del mondo si srotola sullo sfondo e anche con questa le due donne e la loro amicizia si dovranno confrontare.Assieme ai precedenti “capitoli” di questa straordinaria storia – L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta – questo quarto conclusivo volume costituisce un’opera letteraria  incredibilmente feconda e ispiratrice, un’opera riconosciuta internazionalmente come una delle massime del nostro tempo.   * * *

Un estratto del romanzo STORIA DELLA BAMBINA PERDUTA di Elena Ferrante (edizioni e/o)

VECCHIAIA.STORIA DEL CATTIVO SANGUE

(pagg. 317/321)

1.

Sono andata via da Napoli definitivamente nel 1995, quandotutti dicevano che la città stava risorgendo. Ma ormaicredevo poco alle sue resurrezioni. Avevo visto negli annil’avvento della nuova stazione ferroviaria, il fiacco svettare delgrattacielo di via Novara, i veleggianti edifici di Scampia, il proliferaredi costruzioni altissime e splendenti sopra il pietramegrigio dell’Arenaccia, di via Taddeo da Sessa, di piazza Na -zionale. Quegli edifici, immaginati in Francia o in Giappone esorti tra Ponticelli e Poggioreale con la solita lentezza guasta,subito, a velocità sostenuta, avevano perso ogni fulgore e si era -no mutati in tane per disperati. Sicché quale resurrezione? Erasolo cipria della modernità spruzzata a casaccio, e in manierasbruffona, sopra la faccia corrotta della città.Ogni volta succedeva così. Il trucco della rinascenza accendevasperanze e poi si spaccava, diventava crosta sopra crosteantiche. Perciò, proprio mentre correva l’obbligo di restare incittà a sostenere il risanamento sotto la guida dell’ex Partitocomunista, io mi decisi a partire per Torino, attratta dalla possibilitàdi dirigere una casa editrice che all’epoca era piena diambizioni. Dopo i quarant’anni il tempo si era messo a correre,non ce la facevo più a tenergli dietro. Il calendario reale era statosostituito da quello delle scadenze contrattuali, gli anni saltavanoda una pubblicazione all’altra, dare una data agli eventi cheriguardavano me, le mie figlie, mi costava uno sforzo, li incastonavodentro la scrittura, che mi prendeva sempre più tempo.Quando era successa quella cosa, quando quell’altra? In modoquasi irriflesso mi orientavo con le date d’uscita dei miei libri.Di libri ne avevo ormai parecchi alle spalle, e mi avevanofruttato un po’ di autorità, una buona fama, una vita agiata. Ilpeso delle figlie col tempo si era molto attenuato. Dede ed Elsa– prima l’una, poi l’altra – erano andate a studiare a Boston,incoraggiate da Pietro che da sette o otto anni aveva una cattedraa Harvard. Col padre erano a loro agio. Se si escludevanole lettere in cui si lagnavano del clima infame e della saccenteriadei bostoniani, erano soddisfatte di sé e di essersi sottrattealle scelte a cui, in tempi andati, le avevo costrette. A quelpunto, poiché Imma smaniava per poter fare come le sorelle,che ci facevo al rione? Se in principio mi aveva giovato la fisionomiadella scrittrice che, pur potendo andare a vivere altrove,era rimasta in una periferia rischiosa per seguitare a nutrirsi direaltà, adesso erano parecchi gli intellettuali che si fregiavanodello stesso luogo comune. E poi i miei libri avevano presoaltre strade, la materia del rione era finita in un angolo. Nonera dunque un’ipocrisia avere una certa notorietà, essere pienadi privilegi e tuttavia autolimitarmi, risiedere in uno spaziodove potevo solo registrare con disagio il peggioramento dellavita dei miei fratelli, delle mie amiche, dei loro figli e nipoti,forse persino della mia ultima figlia?Imma era, all’epoca, una ragazzina di quattordici anni, nonle facevo mancare nulla, studiava molto. Ma parlava all’occorrenzaun dialetto duro, aveva compagni di scuola che non mipiacevano, ero così in ansia, se usciva dopo cena, che spesso leistessa decideva di restare a casa. Anch’io, quando ero in città,avevo una vita limitata. Vedevo amiche e amici della Napoli col -ta, mi lasciavo corteggiare, intrecciavo relazioni che però du -ravano poco. Anche gli uomini più brillanti si rivelavano prestoo tardi persone deluse, arrabbiate con la mala sorte, spiritosi etuttavia sottilmente malevoli. A volte avevo l’impressione chemi volessero soprattutto per darmi in lettura i loro dattiloscritti,per chiedermi della televisione o del cinema, in qualche casoper ottenere soldi in prestito che poi non mi restituivano più.Facevo buon viso a cattivo gioco, mi sforzavo di avere una vitasociale e sentimentale. Ma uscire la sera da casa vestita conqualche eleganza non era un divertimento, mi dava angoscia. Inuna certa occasione non feci in tempo a chiudermi il portonealle spalle che fui picchiata e derubata da due ragazzini di nonpiù di tredici anni. Il tassista, che aspettava a due passi, non siaffacciò nemmeno dal finestrino. Perciò via, nell’estate del 1995me ne andai da Napoli insieme con Imma.Affittai una casa sul Po, proprio a ridosso di Ponte Isabella,e la mia vita e quella della mia terza figlia migliorarono subito.Da lì diventò più semplice riflettere su Napoli, scriverne efarne scrivere con lucidità. Amavo la mia città, ma mi strappaidal petto ogni sua difesa d’ufficio. Mi convinsi anzi che losconforto in cui finiva presto o tardi l’amore fosse una lenteper guardare l’intero Occidente. Napoli era la grande metropolieuropea dove con maggiore chiarezza la fiducia nelle tecniche,nella scienza, nello sviluppo economico, nella bontàdella natura, nella storia che porta necessariamente verso ilmeglio, nella democrazia si era rivelata con largo anticipo deltutto priva di fondamento. Essere nati in questa città – arrivaia scrivere una volta, pensando non a me ma al pessimismo diLila – serve a una sola cosa: sapere da sempre, quasi per istinto,ciò che oggi tra mille distinguo cominciano a sostenere tut -ti: il sogno di progresso senza limiti è in realtà un incubo pienodi ferocia e di morte.Nel 2000 rimasi sola, Imma andò studiare a Parigi. Cercaidi convincerla che non ce n’era necessità, ma poiché molte sueamiche dello stesso ceto avevano fatto quella scelta, lei nonvolle essere da meno. In principio la cosa non mi pesò molto,avevo una vita piena di impegni. Ma nel giro di un paio d’annicominciai a sentire la vecchiaia, era come se stessi sbiadendoinsieme al mondo dentro cui mi ero affermata. Sebbene avessivinto in epoche diverse e con opere diverse un paio di premiprestigiosi, ormai vendevo pochissimo: nel 2003, tanto per fareun esempio, i tredici romanzi e i due volumi di saggi che avevoalle spalle mi fruttarono complessivamente duemilatrecento-ventitré euro lordi. Dovetti prendere atto, a quel punto, che ilmio pubblico non si aspettava nient’altro da me e che i lettoripiù giovani – sarebbe meglio dire le lettrici, fin da principio miavevano letto soprattutto donne – avevano altri gusti, altri interessi.Anche i giornali non erano più una fonte di reddito. Siinteressavano a me poco o niente, mi chiamavano sempre me -no per collaborazioni, o pagavano quattro soldi o non pagavanoaffatto. Quanto alla televisione, dopo qualche buona esperienzanegli anni Novanta, avevo provato a fare una trasmissionepomeridiana dedicata ai classici della letteratura gre ca elatina, un’idea che era passata solo grazie alla stima di un po’di amici tra cui Armando Galiani, che aveva una sua trasmissionesu Canale 5 ma buone relazioni anche con la televisionepubblica. Ne era venuto fuori un fiasco indiscutibile e da alloranon avevo avuto altre occasioni di lavoro. Un vento sfavorevoles’era messo a soffiare anche nella casa editrice che avevodiretto per anni. Nell’autunno del 2004 fui fatta fuori da unragazzo molto sveglio, poco più che trentenne, e ridotta a consulenteesterna. Io di anni ne avevo sessanta, mi sentii alla finedel mio percorso. A Torino gli inverni erano troppo freddi, leestati troppo calde, le classi colte scarsamente accoglienti. Eronervosa, dormivo pochissimo. Gli uomini ormai non si accorgevanopiù di me. Guardavo dal balcone il Po, i canottieri, lacollina, e mi annoiavo.Cominciai ad andare più frequentemente a Napoli, maormai io non avevo voglia di rivedere amici e parenti, e amici eparenti non avevano voglia di rivedere me. Incontravo soloLila, ma spesso, per mia scelta, nemmeno lei. Mi metteva adisagio. Negli ultimi anni si era appassionata alla città con uncampanilismo che mi pareva rozzo, perciò preferivo passeggiareda sola per via Caracciolo, o salire al Vomero, o andare aspas so per i Tribunali. Così successe che nella primavera del2006, chiusa in un vecchio albergo di corso Vittorio Emanueleper colpa di una pioggia che non smetteva mai, scrissi per in -gannare il tempo, in pochi giorni, un racconto di non più diottanta pagine ambientato al rione e che raccontava di Tina. Loscrissi velocemente per non darmi il tempo di inventare. Nevennero fuori pagine secche, diritte. La storia si im pen navafantasiosamente solo nel finale.Pubblicai il racconto nell’autunno del 2007 col titoloUn’amicizia. Il libro fu accolto con grande favore, si vende an -cora oggi molto bene, le insegnanti lo consigliano alle alunnecome lettura per l’estate.Ma io lo detesto.Solo due anni prima, quando era stato trovato il cadavere diGigliola ai giardinetti – una morte per infarto, in solitudine, terribilenel suo squallore –, Lila mi aveva fatto promettere che nonavrei mai scritto di lei. Invece, ecco, lo avevo fatto, e lo avevofatto nel modo più diretto. Per qualche mese credetti di averscritto il mio libro più bello, la mia fama di autrice ebbe unanuova impennata, era da molto che non avevo intorno tantoconsenso. Ma già quando alla fine del 2007 – in clima natalizio– andai alla Feltrinelli di piazza dei Martiri per presentareUn’amicizia, provai all’improvviso vergogna e temetti di vedere Lila tra il pubblico, caso mai in prima fila, pronta a intervenire per mettermi in difficoltà. Invece la serata andò benissimo, fuimolto festeggiata. Al rientro in albergo, un po’ più fiduciosa,provai a telefonarle, prima sul fisso, poi sul cellulare, poi ancora sul fisso. Non mi rispose, non mi ha risposto più.

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