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I cacciatori di libri - Raphael Jerusalmy

Autore: Elisabetta Bolondi
Testata: Solo libri
Data: 10 novembre 2014

Romanzo storico, thriller, fantasy, spy story... In questo complicato e caleidoscopico romanzo dell’israeliano Raphael Jerusalmy c’è veramente tutto, ed il lettore, anche avvertito, rischia di perdersi nei continui colpi di scena che coinvolgono i diversi protagonisti di questa storia piena di personaggi veri e figure inventate, di storie verosimili e di pure invenzioni, che compongono un mosaico di tempi e luoghi che se da una parte ricordano la trama del celebre libro di Umberto Eco, “Il nome della rosa”, dall’altra somigliano ai film di avventura storico-archeologica, tipo Indiana Jones e suoi epigoni.

Comunque dalla parte dell’autore c’è una grande e profonda cultura storica, politica, filologica, linguistica, che gli consente di muoversi con agilità in un labirinto di cunicoli fisici e meandri psicologici: siamo in Francia, sotto il nuovo re Luigi XI, ed il primo personaggio che incontriamo nella prigione parigina dove sta marcendo è il poeta-malfattore François Villon, proprio lui, l’autore della Ballata degli impiccati, che apre nelle classi di liceo il programma di letteratura francese.

Villon condannato a morte nel 1462, viene inspiegabilmente liberato ed incaricato di una missione segreta e delicatissima da parte del Vescovo Chartier: dovrà raggiungere insieme al compagno Colin la Terrasanta, dove entrerà in contatto con una misteriosa Confraternita, i cacciatori di libri, che trafficano con i Medici (Cosimo il Vecchio era un grande collezionista di manoscritti e preziosi volumi a stampa) e con il Vaticano. Presto si capisce che il poeta è uno strumento di un gioco molto più grande di lui, dove gli ebrei che gestiscono a Gerusalemme un misterioso rapporto con libri preziosissimi, merce di scambio per la loro incolumità, intrattengono ambigui rapporti con l’occidente, con il papato, con il re di Francia, con gli stessi Signori di Firenze.

Ne I cacciatori di libri (Eo, 2014) compaiono Lorenzo il Magnifico, Papa Paolo II, Marsilio Ficino, Luigi XI insieme a personaggi che nascono dalla fervida fantasia di Jerusalmy, ex agente dei servizi segreti israeliani, che di doppiogioco e doppie identità sembra saperne parecchio.

“In fondo, la tragica diaspora degli ebrei è anche la loro salvezza. Non c’è tirannia, per quanto tentacolare, che possa colpirli tutti. Non c’è epidemia che possa decimarli. Per farlo dovrebbe diffondersi all’istante ai quattro angoli della terra. Ma la loro sopravvivenza gli ebrei la devono soprattutto ai libri, perché è sempre lo stesso Talmud che viene letto in ebraico, a Pechino, a Samarcanda, a Tripoli, a Damasco. E finché ci sarà qualcuno a leggerlo, che sia un’intera congregazione o un singolo eremita, a voce alta o di nascosto, la giusta rotta sarà sempre mantenuta, nonostante le tempeste.”


Il fulcro del romanzo è proprio qui, nella centralità dei libri come veicolo di potenza e di aggregazione, di potere che si ottiene e si mantiene attraverso la conservazione della cultura: i manoscritti dei filosofi greci, Socrate e Platone, e soprattutto le ultime parole di Gesù durante l’interrogatorio del grande sacerdote Anna sono conservati in segreto nel luogo deserto, vicino al Mar Morto, e sono conservati in innocue anfore da olio: i manoscritti di Qumran verranno rivelati da talmudisti sotto mentite spoglie ad un incredulo François Villon che dopo infinite peripezie riuscirà a prendersi gioco di tutti i potenti che avevano pensato di servirsi di lui e del suo entusiasmo di scrittore di ballate popolari, e soprattutto di fervente cristiano, deciso a preservare a qualunque costo le parole del Salvatore, delle quali è riuscito ad entrare in possesso.

“La sua poesia unisce i francesi, siano del Poitou o della Piccardia, in un solo canto, una sola lingua, al di là dei dialetti e dei campanilismi. A differenza dei Medici, Luigi XI non è imbevuto di greco e di latino, ma della lingua parlata nel suo paese, la lingua che Messer François maneggia così bene… In Villon lui vede semplicemente il cantore della nazione nascente.”

Quando si stanno formando le moderne nazioni europee, quando nascono le letterature nazionali, quando Gutenberg con l’invenzione della stampa incoraggia gli scambi e la diffusione dei libri, quando la cultura anche se in mano a pochi privilegiati è uno straordinario strumento di pressione politica, in questo snodo storico fondamentale inserisce il suo racconto Jerusalmy, condendolo con un po’ di torture, violenze, miserie, ma restituendoci un clima culturale che per noi forsennati bibliofili è davvero una piacevole scoperta.