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Incipit d’Autore: L’Appuntamento di Piergiorgio Pulixi – Edizioni e/o

Testata: Svolgimento blog
Data: 10 novembre 2014

Ormai non sarebbe più arrivato. Lo sapeva. Si vedeva da come si guardava in torno. Da come giocherellava col bicchiere, su cui era rimasto impresso il rossetto. Eppure continuava a guardare ossessivamente la porta del locale. Con avidità quasi. Come se non volesse arrendersi all’idea che qualcuno le avesse dato buca. Provava imbarazzo, ed evitava d’incrociare gli occhi dei camerieri, che la fissavano quasi con compassione. Mi chiesi quante volte avessero assistito a scene di quel genere. Era un’ora e mezza che la osservavo. So che non è educato. Ma amo sbirciare le vite degli altri. Non c’è niente di morboso, solo un modo piacevole per ingannare il tempo.Non doveva avere più di quarantacinque anni. Era una bella donna. Molto elegante. Da come gesticolava, dal modo in cui maneggiava il cellulare e da come fissava le altre donne, soppesandone abiti e gioielli, dedussi che era abituata a dare ordini. Forse era titolare di un negozio.Non aveva parvenze da intellettuale. Ma esclusi totalmente un lavoro manuale. Non ne aveva né l’aria né gli ineluttabili segni. Non sembrava curiosa, al contrario di me. Dava l’idea di una tipa pragmatica. Di sicuro era attenta all’aspetto. La tinta bionda era impeccabile. Così come lo smalto in pendant col rossetto. Un’al tra cosa di cui ero certo era che non fosse sposata, a giudicare dagli anelli. O meglio, se per caso lo era non voleva che il mondo lo sapesse. Quando studio una persona parto sempre dalla fede. Poi, non so perché, scendo a dare un’occhiata alle scarpe. Di cono molto di un individuo. Così come la borsa, se si tratta di una donna. Lei calzava scarpe di fattura raffinata e portava una borsetta di un marchio di lusso.

Entrambe stonavano però con gli orecchini, molto belli a mio parere, ma di sicuro non all’altezza della borsa. Osservai l’orologio. Di classe. Ma non più di quattrocento euro. La prova del nove: il cappotto. Sicuramente era stato sfoggiato da qualche modella su una rivista di moda. Ma qualcosa come cinque anni fa. No: non poteva permettersi le scarpe e la borsa. Allora come le aveva ottenute? Regali? Probabilissimo. Ma di chi? E perché? Mi alzai per andare in bagno. Fu soltanto una scusa per darle un’occhiata più da vicino. Quando ritornai al mio tavolo ero ancora più certo che la donna ostentava un lusso che non poteva permettersi. Il suo smartphone era datato e parecchio vissuto.I bracciali erano carini, ma pura bigiotteria. E i capelli, nonostante a mio parere fossero perfetti, non avevano la sinuosità del taglio di un parrucchiere alla moda. Il vino che sorseggiava non era all’altezza dell’immagine che voleva dare di sé. Quindi o non ne capiva molto di vini, oppure non poteva permettersi quelli di alto livello. Dalle occhiate che lanciava alle bottiglie sui tavoli a lei vicini, propendevo per la seconda ipotesi.Più la osservavo e più mi rendevo conto che quella donna voleva ingannare il mondo. La cosa m’intristiva. Al tempo stesso mi faceva tenerezza e mi affascinava.Mi resi conto che volevo sapere tutto di lei. La sua voglia o necessità di mostrarsi per ciò che non era mi aveva completamente intrigato.«Eccoti qui» disse una voce alle mie spalle.Mi voltai. Soffocai il fastidio per essere stato interrotto e sfoderai il mio sorriso migliore.«Marco. Ormai ci avevo quasi messo una pietra sopra»dissi stringendogli la mano.«Lo so, lo so. Scusami. Giornate d’inferno… Tu tutto bene? Hai l’aria incazzata».«Io? Ma no. Stavo solo pensando…».«Hai già mangiato?».«Sinceramente mi è passata la fame. Sto bene così».«Come vuoi. Se non ti dispiace io ordino qualcosa, sto svenendo dalla fame».«Fai pure».Mentre fermava un cameriere e si faceva recitare il menù lanciai un’occhiata alla donna. Era ancora lì. Sola.“Chi sei?” mi chiesi. “E perché lui non viene?”.«La conosci?» domandò Marco. Non mi ero accorto che avesse finito con il maître.«No, no».«Ma quando te lo farai passare il viziaccio di spiare le persone?».«Cosa diavolo dici? Io non spio le persone».«No, hai ragione… Semplicemente ti ci fiondi dentro come se volessi rovistare dentro la loro anima. Mi ricordi un dannato prete che mi confessava quando…».«Ehi, non iniziare. Non siamo qui per cazzeggiare».«Hai ragione».«Ti ascolto…».«Dritto al punto, come sempre, eh? Guarda, ti ho scritto tutto qui, asociale».Mi feci passare il foglietto. Lessi e lo intascai.«C’è qualcos’altro che devo sapere?».«Direi di no».«Quindi posso anche andarmene» e così dicendo mi alzai dalla sedia.«Cazzo, ma non ti rilassi mai tu?».«Sono perfettamente rilassato».«Rimettiti seduto».«Perché?» dissi contrariato. «Ti ho detto che non ho fame, e non sono il tuo genere di compagnia ideale, o no?».«Decisamente no. Siediti».Stavolta lo assecondai.«La donna che stai fissando…».Lo guardai in attesa.«Ho visto come la guardi» sorrise. «Sono qui per lei. Le ho dato appuntamento qui perché dovevamo incontrarci io e te. Due piccioni con una fava…» disse con tono untuoso.Sentii un brivido. La donna non aveva dato segno di riconoscerlo, quindi doveva essere il primo appuntamento. Ora capivo perché era così nervosa e perché non se n’era ancora andata.«Chi è?» domandai.«Perché t’interessa?».«Pura curiosità».«Non so molto, a dire il vero».«Quanto?».«Ventimila».Rimanemmo in silenzio per qualche secondo mentre il cameriere gli versava da bere.«Fallo fare a me» dissi poi.«Non dire cazzate».«Perché no? Cosa ti cambia, scusa?».«Non è la prassi».«Fanculo la prassi. Lo faccio io, così puoi startene qui tranquillo a bere e mangiare in assoluta…».«Scordatelo, non faccio a cambio con la tua».Sorrisi. «Guarda che non ne avevo la minima intenzione».«Vuoi prendertele tutt’e due? Certo che sei proprio strano… Perché dovrei lasciartelo fare?».«Ricordi la Brovelli?».Gli si illuminarono gli occhi.«È tua se mi dài questa» gli proposi.«Stai scherzando, vero?».«Mai stato più serio».«Vai, allora. È tutta tua» disse, sicuro di aver fatto un grande affare. Mi passò un altro foglietto. Lo lessi e l’infilai nel taschino della giacca.«Buon appetito» dissi dandogli una pacca sulle spalle.«Grazie. Mangio e me ne torno a casa, a questo punto.Mandami un messaggio appena finisci».Non gli risposi nemmeno. Ero già concentrato su di lei.Mi sedetti al suo tavolo e la guardai con insistenza. Non dissi nulla. Le bastò il mio sguardo per capire che ero io la persona che aspettava. Abbassò gli occhi.«È in ritardo» quasi sussurrò.«Non credo che sia nella condizione di poter fare l’offesa per questo» replicai.«Io… no».«Cosa c’è? Perché mi guarda in quel modo?».«Non mi aspettavo un tipo come lei».«E come se lo aspettava?».«Più come il suo amico».«Mi ha notato, quindi».Non rispose.«Le ho fatto una domanda».«Certo che l’ho notata, non la smetteva di fissarmi…».Non era il caso che le dicessi che non l’avevo osservata tutta la sera per il motivo che pensava lei. No. Le cose dovevano andare secondo il copione prestabilito.«È stato molto crudele a tenermi sulle spine per più di un’ora, lo sa? Che bisogno c’era?» si sfogò. Un ago incandescente di cattiveria nella sua voce. Mi piacque.«Sta partendo col piede sbagliato. Ora si rilassi e si ricordi che io sono la parte gradevole della questione. Se continua a porsi in questo modo nei miei confronti mi alzo e me ne vado, passo la palla agli altri, e credo che le abbiano già spiegato come funzioni…».

Piergiorgio Pulixi