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CENERE

Autore: Teo Lorini
Testata: PULP Libri
Data: 13 luglio 2006

Ambientato in un Seicento privo di precise connotazioni geografiche (si capisce però che siamo nel meridione d’Italia), Cenere si apre nell’inverno tempestoso in cui si è consumata la tragica vicenda della “stria” Caterina Giudici. Servetta ingenua, incantevole, poco più che adolescente, la colpa di Caterina è proprio quella bellezza che, riflette l’invidiosa duchessa Stefana, non può venire che dal commercio con il Maligno. Quando Caterina le rifiuta stupita un filtro con cui sedurre lo stalliere di cui si è incapricciata, Donna Stefana non si fa rimorsi a mettere in moto il meccanismo del processo inquisitorio.

Mentre ancora sfrigolano le braci sul rogo della strega, Donna Stefana si reca in cattedrale per ricevere un attestato di merito, ma un malore inatteso la lascia esanime alla mercè del suo cocchiere che la violenta in un raptus dove vendetta e libidine si fondono. La contessa concepisce così un figlio che, al sommo del delirio, attribuirà a sua volta al demonio, autoesiliandosi nel castello di famiglia. Alcune coincidenze infauste e la sua misteriosa assenza innescano presto un circolo vizioso di maldicenze, sospetti e terrori in grado di minacciare l’ordine costituito. Donna Stefana scoprirà a sue spese che non esiste potenza o rango che non possa essere sacrificato pur di tutelare le gerarchie sociali.

La scrittura opulenta e immaginifica di Tea Ranno costituisce il punto di forza di questo romanzo d’esordio, finalista al premio Calvino. Nelle pagine più riuscite, questo stile saldo e penetrante, indagando con precisione sfumature olfattive, tattili, uditive, suggestiona il lettore e lo immerge nella concretezza quasi carnale dello scenario, riuscendo nel contempo ad allontanare l’ingombrante analogia con un riferimento che tuttavia, alla lunga, torna ad affiorare. Il ricordo della sublime Chimera di Sebastiano Vassalli diventa infatti ineludibile quando Cenere inizia ad avviarsi verso una conclusione abbastanza annunciata, che la Ranno dilaziona inspiegabilmente, accumulando un numero eccessivo di scene madri e ricapitolando a tutti i costi, anche al di là delle necessità narrative, i destini di ogni singolo personaggio.