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Storia della bambina perduta

Autore: Annalena Benini
Testata: Il Foglio
Data: 23 novembre 2014
URL:   http://www.ilfoglio.it/articoli/v/123146/rubriche/elena-e-lila-sono-le-due-feroci-possibilit-di-una-vita-lettere-rubate-annalena.htm

Ogni rapporto intenso tra esseri umani è pieno di tagliole e se si vuole che duri bisogna imparare a schivarle. Lo feci anche in quella circostanza e alla fine mi sembrò di essermi solo imbattuta in un’ennesima prova di quanto fosse splendida e tenebrosa la nostra amicizia.Elena Ferrante, “Storia della bambina perduta” (e/o)   Ogni rapporto intenso tra esseri umani è intriso di tagliole, ma questo rapporto tra Elena e Lila è il senso di un’esistenza, è insieme la ragione della distruzione e il motore del trionfo. E’ la storia della loro vita, che Elena Ferrante (senza bisogno di chiederci chi sia: sono i suoi libri a dirlo) ha raccontato a partire da un’infanzia di calci e sputi negli anni Cinquanta, in un rione napoletano dove si parla solo dialetto, e da cui Lila, che ha acceso la testa di Elena in prima elementare, non si muoverà per sessant’anni, lasciando che sia l’amica a scoprire il mondo, a scrivere libri, a non diventare come le loro madri. E’ successo già moltissimo nei tre romanzi precedenti (“L’amica geniale”, “Storia del nuovo cognome”, “Storia di chi fugge e di chi resta”, tutti pubblicati da e/o, amati in Italia e adorati in America), che si possono leggere quasi solo divorandoli e facendosene divorare: accade tutto attraverso lo sguardo e l’ossessione di Elena, che ha lasciato il rione, si è laureata, ha sposato un intellettuale, ha avuto due figlie e pubblicato due libri, ma sempre con gli occhi fissi su Lila (ma è vero anche il contrario), la sua amica cattiva e splendente che ha dissipato l’intelligenza “come una gran signora per la quale tutte le ricchezze del mondo sono solo un segno di volgarità”. Per Elena, Lila è sempre la regina del mondo, anche nei momenti di fallimento e tragedia, la più vera, la più libera nonostante i confini miseri di un appartamento sullo stradone di un luogo soffocante che riesce a diventare il mondo intero, anzi il male. Elena odiava quel posto, eppure adesso, in questo ultimo libro impossibile da togliersi di dosso, torna a vivere a Napoli, trentenne, per stare con l’uomo che ama: lo ama perché lo ha amato Lila per prima, dentro questa competizione violenta, fatta di occhi stretti, frasi cattive, intensità e dedizione assoluta. Lo ama perché solo vicino a lei, anche quando la detesta e non vuole sentire il suo sguardo tagliente, Elena si sente al proprio posto (la figlia diciottenne le dirà: “Non c’è possibilità di avere un rapporto vero con te. Le uniche cose che contano sono il lavoro e zia Lina, non c’è niente che non venga risucchiato là dentro”). E succede, in questo romanzo pieno di carnalità e di oscurità, di arrivare a confondere Elena e Lila, di immaginare perfino che siano una persona sola, o forse le due possibilità di una vita, un passaggio dentro lo specchio: Elena che fugge e poi ritorna, Lila che resta (e poi finalmente, forse, fuggirà). Elena che si costruisce un’identità, con disciplina e rabbia, mettendo in ombra tutto il resto, anche le figlie, Lila che usa la rabbia per piegare quel buco di posto ai suoi piani. Elena elegante, Lila scarmigliata, invecchiata e stremata a cinquant’anni, non più potente, che si sventola con la gonna e mostra le mutande a chi parla con lei. Elena anche da lontano si tormenta perché immagina la regina del mondo, scalza dentro quel disastro esistenziale, mentre scrive qualcosa di magnifico, che ne svelerà a tutti la superiorità, e per contrasto il proprio meschino, banale salto di classe sociale. Intorno a loro c’è tutto, gli anni Settanta, Moro, il terremoto a Napoli, il femminismo, gli intellettuali, gli arrivisti e gli snob, i comunisti e i socialisti, i morti ammazzati, l’America, ma l’ossessione è solo per il loro dolore, il loro riscatto o la loro caduta. Non c’è niente di più forte.