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Dalle ceneri dell'apartheid le nuove voci del Sud Africa

Autore: Claudio Gorlier
Testata: La Stampa
Data: 7 maggio 2006

APRILE 1994: Nelson Mandela, liberato dalla prigionia, vince le prime elezioni democratiche in SUD AFRICA. L'apartheid e' davvero finito, e subito emergono le voci di scrittori nati negli anni della feroce segregazione. Non c'e' dubbio che, tra di loro, la figura di maggior spicco sia quella di Zakes Mda, nato nel 1948, e sicuramente uno dei protagonisti di «Lingua Madre», alla Fiera del Libro di quest'anno. Nella lingua della etnia Xhosa (pronuncia «hosa», con l'acca aspirata) cui egli appartiene, Mda significa «colui che porto' la pioggia». Il nome completo e' Zanemvula Kizito Gatyeni Mda, e proprio ieri ha affascinato una folla di ascoltatori. Ma qual e', per Mda, con cui ho avuto il piacere di dialogare, la «lingua madre»? Dal punto di vista letterario, l'inglese, intriso delle cadenze e degli apporti verbali del suo «xhosa». Quale inglese? Un altro significativo scrittore SUDAFRICAno presente alla Fiera, Achmat Dangor, alla mia domanda ha risposto, venerdi', «addomesticata». Mda la pensa nello stesso modo, e sta qui il nodo dell'affascinante problema, appunto, della lingua letteraria dei cosiddetti postcoloniali. Un altro termine cruciale, ricorrente in questi giorni alla Fiera, e' «ibrido». Badate: la questione va ben oltre la lingua. Mda e' una personalita' ricca e complessa: scrittore (in italiano abbiamo il romanzo Verranno dal mare), drammaturgo, pittore, saggista, docente universitario, ci consegna un modo complesso, inquietante, dove si fondono realismo e magia, passato e presente, spesso in contrasto, alla ricerca di una conturbante identita'. Pensiamo al suo primo romanzo, Ways of Dying, modi di morire, con le sue cerimonie funebri, o alla sua commedia We Will Sing for the Fatherland, canteremo per la terra dei padri: si scontrano riti ancestrali e nuovi risvegli. Anche Mda, come Dangor, come la scrittrice Sindiwe Magona, che parlera' questa sera, verificano una recisa affermazione di Salman Rushdie: «Non scriviamo come gli inglesi, non possiamo, non vogliamo, e tutto questo ci rende liberi». Pensiamo al protagonista di Verranno dal mare, dove Camagu, un insegnante «xhosa» emigrato negli Stati Uniti torna in patria per scoprire un mondo in apparenza contraddittorio, arduo da decifrare, e stenta a riadattarsi. Dal mare torneranno - sostiene una intellettuale, anche lei insegnante - gli antenati, quasi a fecondare, se non a dominare, il nuovo SUD AFRICA libero. E allora, che cos'e' la modernita', il presente? Camagu si affida a un bambino, Heitsi, che incarna l'avvento creativo del futuro, e allora comprende che tanti ambiziosi progetti si potranno finalmente realizzare. Questo e' davvero il SUD AFRICA che egli sognava prima di ritornarvi, un paese nuovo con vigorose radici antiche. Nelle opere teatrali, nei romanzi di Mda, come di Dangor, che e' islamico, come Magona, si affermano figure capaci di trascendere l'immediato, il contingente. Trascendono la loro concreta fisicita' per trasformarsi in simboli viventi di un popolo costretto a lungo a vivere una sorta di esistenza sommersa e adesso pienamente libero. Si intrecciano dimensioni, umori diversi, magari indecifrabili o persino brutali o amabilmente comici, a formare un incomparabile universo umano, immerso nella natura, colta nelle sue infinite sfumature. Sarebbe profondamente sbagliato assumere un atteggiamento di una quasi paternalistica curiosita' nei confronto di autori come Mda, o inseguire nella loro opera un ingannevole gusto per l'esotico. Intanto, la misura della lingua indigena felicemente contamina l'inglese, letteralmente lo reinventa, acquisendo una sorta di miracolosa levitazione che ci riconduce a paradigmi assoluti della narrativita' o della resa drammaturgica che potevamo ritenere perduti, mentre la fusione tra oralita' e scrittura, tra realta' e visione, ci porta in un territorio assolutamente privo di confini. Davvero il SUD AFRICA di Mda si introietta miracolosamente in noi, ci appartiene.