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Sonno

Autore: Daniela Bandini
Testata: carmillaonline.com
Data: 12 novembre 2008

Di questo autore, una biografia che dire stringata è un eufemismo, si conosce solo luogo di nascita e residenza attuale, rispettivamente Bergamo e Roma, e due precedenti romanzi alle spalle La levatrice e Sguardo, il primo nel 1995 e l’altro nel 2005. Quando un romanzo, italiano per di più, riesce ad emergere in maniera così notevole fra tanti altri, mi piacerebbe sapere qualcosa di più sullo scrittore. Mi piacerebbe che ci descrivesse, soprattutto, come ha fatto, dove ha attinto quella profondità, quella trasgressiva e quasi colpevole identificazione con l’immaginario.

Un soggetto quest’ultimo sempre più snobbato per la sua evidente inutilità. Dove ha trovato la forza, la volontà di riscattare il bisogno di sognare ancora, di difendere l’indifendibile necessità di scavalcare la banalità del quotidiano. Come sia riuscito in maniera così perfetta a raggiungere l’equilibrio tra il desiderio e l’abbandono, tra la logica e la sperimentazione, tra la logica e l’irrazionale convinzione che oltre l’apparenza, che è la cruda realtà, possa, anzi ci sia, qualcosa da scoprire che ancora non è stato esplorato. Il romanzo dalla trama inusuale, approfondisce una tematica medica relativamente in disparte, quella dei disturbi del sonno. Oltre alla “banale” insonnia, la narcolessia, il sonnambulismo, l’analisi delle fasi Rem, tutto ciò che riguarda quella parte fondamentale della nostra vita che giudichiamo quasi una necessità non richiesta, per alcuni una perdita di tempo alla quale non possono, anche volendo, sottrarsi.. Sarebbe come indagare solo sulla parte nascosta della luna, ecco cos’è il sonno; così fondamentale e così poco conosciuto, così ricco di suggerimenti e così trascurato, così notevole nel proprio egocentrismo onirico e così in fretta abbandonato con il risveglio.

Sognare, un atto che ha del miracoloso, a ben pensarci. Sognare, questo nostro cervello che non riesce, neanche ad implorarlo, di dare una tregua alle nostre paure o alla nostra urlata richiesta di attenzione e felicità, pochi minuti di onnipotenza, o schiacciati dall’umiliante, ingigantita, consapevolezza del nostro essere nulla di più di una persona tra miliardi di altri simili. Ma nel sogno comunque sempre necessariamente eroi che trascinano la propria esistenza involontaria in bilico tra lo stupore di essere e la necessità di darne un senso compiuto. Il romanzo narra la vicenda di un uomo annichilito da un trauma spaventoso: la giovane compagna che abita con lui in un appartamentodèpandence di un antico manicomio in disuso, è ritrovata cadavere nello stagno adiacente alla villa, annegata. E’ incinta, al terzo mese di gravidanza, in programma anche le nozze, per regolarizzare la posizione. Innamoratissimi e rispettosi della propria autonomia, lui professore di geologia, lei studentessa, una coppia sinceramente innamorata e sinceramente affiatata. Un drammatico incidente, si dirà subito, un dramma inevitabile di una torrida notte d’estate e la ricerca della frescura del primo mattino, quando il sole deve ancora sorgere e svelare il mondo agli occhi di tutte le sue creature. Il professore accetta questa sentenza, la fatalità, ma a ben vedere da quel giorno, o forse da molto prima a ben pensarci, la sua vita non è più la stessa. Smette letteralmente di dormire. Giorni, settimane che diventano mesi, senza che quella tregua necessaria conceda riposo alla mente e al corpo. Con lui vive una anziana ex-paziente del manicomio, di cui il padre era direttore, la Gina. Questa buonissima donna, ottima cuoca, venne ricoverata e “curata” con l’elettrochoc, colpevole di sentire la madonna che le mandava dei messaggi e la trattava come figlia prediletta. Fu la Gina, la mattina appena arrivata alla villa, a scoprire il cadavere della signora e a svegliare il marito precipitato in un sonno assurdo e totale, un sonno così colpevole, così giunto a sproposito.

C’è il fratello di lei, Albino, un essere schivo e taciturno, dedito ai lavori di fatica, dei campi e della pesca. E c’è il fratello della povera defunta, Cosma, un essere che a causa di una pesante disfunzione ormonale pesa 160 kg per un’altezza quasi inferiore alla media. Ma Cosma non è solo il fratello, è il fratello gemello, e l’attaccamento verso la sorella è totalizzante come lo è la condizione assolutamente particolare ed unica di condividere con qualcun altro l’utero materno, i primi istanti della vita e il parto. A causa dei disturbi che si aggravano fino a raggiungere livelli invalidanti, il professore si convince a ricoverarsi presso una clinica che cura i disturbi del sonno. In questa clinica, diretta da un estroso professore genialoide, riuscirà effettivamente a ritrovare il sonno, ma ad insorgere saranno altri drammatici interrogativi non medicalizzabili: la convinzione ormai di essere il responsabile della morte della propria compagna, in un momento di pseudo sonnambulismo estremo, una patologia chiamata parasonnia da overlap. La fauna umana che popola la clinica è sensazionale: ognuno che si trascina dietro una parte di sé che non riconosce e non capisce, facendo di questa condizione una ricchezza immensa. Il professore scoprirà che invece di fuggire dalle proprie ossessioni è bene riconoscerle come parte di sé, imparare a dialogare, magari con il sogno lucido, chiedendo direttamente alla propria compagna cosa sia successo in quell’alba fatale. Tutti i pazienti, anche se esasperati da un tormento difficilmente catalogabile, sanno di essere creature particolari, dotate di un dono, quello della coscienza di interpretare appunto l’altra faccia della luna. Ovviamente non posso aggiungere altro, ma la sensazione di questo romanzo è quella di una profonda liberazione, di spezzare le catena del conformismo, dell’osare prendere posizione a fianco degli esclusi, dei matti, dei caratteriali, è la rivincita non dell’irrazionalità ma di una razionalità distinta e più profonda, che probabilmente tutti noi dovremmo approfondire. Davvero imperdibile. Buonanotte e sogni d’ora a tutti voi, con tutto il cuore.