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Piccola osteria senza parole il nuovo libro di Massimo Cuomo

Autore: Marco Miggiano
Testata: Young
Data: 16 dicembre 2014

L’autore di questo testo è un veneziano che ha voluto raccontare parte del suo territorio natale costruendo una storia che non ha niente da invidiare ad una sceneggiatura di successo. Se qualche regista volesse raccontare una storia ambientata tra le campagne del nord est, il libro di Massimo Cuomo è pronto all’uso.

Non è un’esagerazione ma semplicemente la constatazione che il libro dello scrittore veneto, giunto al suo secondo testo dopo Malcom del 2011, è un lavoro che riesce a descrivere i personaggi del racconto ed il loro contesto forse anche meglio di una telecamera o di un obiettivo fotografico.

Piccola osteria senza parole, edito per la casa editriceEdizioni e/o, è un libro ambientato in un tipico paesaggio rurale della campagna del nord est, con i campi coltivati a grano che fanno da cornice a questo piacevole racconto. Un paesaggio così di provincia, solitario e distratto, che anche “la bora da Trieste viene a morire qui da questi parti, stremata, un soffio leggero che fa frusciare il grano in morbide ondate”. Campi coltivati e pascoli a cavallo di quella linea immaginaria che rappresenta il confine tra il Veneto e il Friuli, nei pressi del piccolissimo paese di Scovazze. L’unico bar del paesino è il Punto Gilda, con una proprietaria, la neo vedova Gilda per l’appunto, “con i seni più grossi che si fossero visti nei paraggi” e una vecchia slot machine meglio conosciuta come la “Sopravvissuta”. Tutto intorno, una campagna che sembra “una distesa di frumento immerso nel solito olezzo di letame”, per via della ormai ex principale economia del posto, i tori. Campagne sterminate, avvolte da pioggia sottile e nebbia, abitate da personaggi con nomi eccentrici come il gigante Carnera o il trentenne Malattia, oppure l’avvocato Paneghèl, i quattro fratelli Sorgòn grandi giocatori di briscola o ancora il Borìn che passa ore ed ore della propria giornata abbracciato alle forme luccicanti della “Sopravvissuta” aspettando un sempre più improbabile jackpot. Una comunità di campagna come tante “dove vivono uomini sgangherati e taciturni, bestemmiatori feroci, razzisti in superficie eppure profondamente altruisti”.

Ma se fra questi uomini e paesaggi del nord est sbucasse all’improvviso un meridionale con la sua Ritmo e un gioco da tavola conosciuto come paroliere?
Un venerdì 17 del giugno del 1994 in tv stanno trasmettendo la prima partita del campionato del Mondo di Calcio, Germania contro Bolivia. Un racconto che si sviluppa su un asse temporale che va proprio da quella metà di giugno fino all’8 luglio, un percorso temporale scandito da quel mondiale giocato negli Stati Uniti che tanto ha fatto male ai tifosi italiani a causa di quel pallone calciato troppo in alto da Baggio durante i calci di rigore contro il Brasile. Il cuore del racconto di Cuomo è sempre il Punto Gilda, da dove si diramano storie e sensazioni, dove i personaggi incontrano i loro desideri e i loro bisogni, tra un amaro e un bicchiere di vino, imparando ad essere stimolati da quel terrone sconosciuto chiamato Salvatore Maria Tempesta, maestro precario ma soprattutto maestro d’amore. Tempesta non giunge per caso in quel paesino della provincia del nord est. Porta con sé una foto, una piccola foto scattata venti anni fa, una foto che osserva quotidianamente con ansia e speranza. Quella foto rappresenta la sua mappa, una mappa che ha come punti di riferimento immagini sfocate ed ingiallite di un campanile di una chiesa e di una donna. Tempesta arriva a Scovazze per una personale ricerca, alimentando la curiosità ma anche l’affetto dei pochi abitanti del paese con i quali costruisce pian piano un legame fortissimo, facendosi accettare nonostante il suo dialetto così lontano e diverso da quello con cui i fratelli Sorgòn lo apostrofano appena dopo il suo arrivo al Punto Gilda, quasi come a voler difendere il proprio quartier generale da un anonimo terrone. Le storie si intrecciano, i ricordi si riaffacciano nella mente degli abitanti di Scovazze, le vite si connettono l’una con l’altra attraverso la ricerca di Tempesta che si concluderà con un finale a sorpresa.

Piccola osteria senza parole è, quindi, davvero un bel racconto, con una trama che non stanca il lettore, un testo che si legge facilmente senza eccessivi sforzi, scritto in maniera semplice, quasi come a tendere la mano a quel semplice e rurale paesaggio che fa da sfondo, omettendo però volutamente le troppe ma immancabili bestemmie degli avventori del bar, che tra un bicchiere di vino e un mano a briscola, maledicono ogni Santo reso tale dal Vaticano.
Massimo Cuomo utilizza una scrittura allegra, spensierata, ironica così come sono in realtà i personaggi del suo volume, volutamente dipinti con tutti gli affanni che regala una provincia italiana di metà anni novanta che offre poche alternative se non quella di lavorare e bere qualcosa di troppo al Punto Gilda, dopo aver raccolto lo sperma di un toro.

 

http://culture.you-ng.it/2014/11/30/piccola-osteria-parole-libro-massimo-cuomo/